Nell’Unione europea che rivede l’intero impianto della gestione dei migranti, la Germania rivendica l’applicazione del trattato di Dublino e in queste ore ha informato che “il funzionamento del sistema di Dublino è una condizione imprescindibile per il successo del Sistema europeo comune di asilo (Seca)”, il nuovo Patto sui migranti entrato in vigore il 12 giugno, e Berlino “si aspetta pertanto che, a partire da tale data, vengano nuovamente effettuati i trasferimenti verso l’Italia e la Grecia”. L’Italia negli anni ha ripreso un numero inferiore di migranti rispetto a quello che veniva chiesto dalla Germania e dalla Francia, principalmente perché le strutture di accoglienza del nostro Paese sono sempre state oberate e i rimpatri, a causa dei ricorsi e delle cause intentate dai non aventi diritto alla permanenza, si sono protratte per anni.
Ma l’Italia, che geograficamente è il Paese più esposto alle migrazioni, assieme alla Grecia e a Malta, non può diventare il campo migranti d’Europa. Il punto di discussione su Dublino è sempre stato questo: se l’Italia non può effettuare respingimenti ma deve accogliere tutti, anche quelli che con i movimenti secondari si spostano in altri Paesi, quanto costa la gestione dei migranti? Mentre Grecia e Malta effettuano i pushback, al pari della Spagna a Ceuta e Melilla, l’Italia non può farlo. Oggi risulta impossibile cambiare il regolamento di Dublino in quanto i Paesi che ne pagano le conseguenze sono una minoranza rispetto a quelli che, al contrario, ne traggono un vantaggio. Germania e Francia, per esempio, che non hanno confini Schengen esterni esposti alle rotte migratorie, sono Paesi che teoricamente potrebbero respingere qualunque migrante vero l’Italia o la Grecia (rotta Mediterranea o rotta Balcanica), perché sono Paesi di approdo secondario. Ed è ovvio, politicamente e logisticamente, che non accetterebbero mai una modifica a loro svantaggio, al pari di tutti quei Paesi che non si trovano esposti.
Certo, l’Unione Europea stanzia fondi dedicati (tramite il fondo AMIF), per sostenere le spese dei Paesi di primo ingresso ma le risorse coperte dal bilancio nazionale rimangono consistenti, specialmente in termini di pressione sulle strutture sanitarie e sulle forze dell’ordine nei territori di confine e nelle città per garantire la sicurezza. Perché va sottolineato che la fase burocratica può durare da diversi mesi (se non anni) e trattenere e assistere i richiedenti asilo durante l’istruttoria comporta costi quotidiani elevati: dall’alloggio nei centri fino alla copertura dei costi della giustizia per i ricorsi. E poi c’è il nodo dei rimpatri: l’Unione europea ne ha snellito le pratiche ma non sembra vanno a buon fine, perché le espulsioni falliscono spesso per l’assenza di accordi di riammissione con i Paesi d’origine, costringendo i Paesi a sostenere i costi di trattenimento nei centri di permanenza prima che i termini di custodia scadano senza che il rimpatrio sia avvenuto. Certo, su spinta dell’Italia è stato introdotto il meccanismo di solidarietà obbligatoria ma flessibile. Gli Stati del Nord o dell’Est non disposti ad accogliere fisicamente una quota di richiedenti asilo devono versare un contributo finanziario pari a circa 20.000 euro per ogni mancato ricollocamento verso un fondo destinato a finanziare le strutture di accoglienza e le procedure di frontiera nei Paesi di primo ingresso.
