La Russia non si nasconde più dietro la flotta fantasma. Almeno questo è ciò che dicono i dati: una nuova analisi pubblicata dal Centro di ricerca sull’energia e l’aria pulita (CREA) ha rilevato che tra gennaio 2025 e giugno 2026 sono state registrate 107 navi sotto bandiera russa, con un incremento del 36%. La crescita ha raggiunto il picco nel dicembre 2025, con 25 navi aggiunte in un solo mese. Delle 107 navi, 93 (l’87%) erano già soggette a sanzioni, mentre il 56% aveva precedentemente operato sotto falsa bandiera.
Le navi della flotta ombra si sono tradizionalmente affidate a registri pubblici perché sono economici, soggetti a una regolamentazione blanda e rendono più facile nascondere la vera proprietà delle imbarcazioni. Tuttavia, i Paesi che gestiscono i registri aperti hanno rafforzato la supervisione a seguito delle pressioni occidentali. La caccia alle imbarcazioni russe mascherate ha “costretto” gli operatori a modificare ripetutamente le proprie procedure. Così, le navi sanzionate e collegate a Mosca, sempre più spesso, sono finite a registrarsi direttamente in Russia.
Fra le nazioni presta-bandiera figurano spesso Barbados e Palau, che recentemente hanno optato per un vero e proprio repulisti dei propri registri. Idem per Panama, che ha ridotto il numero di navi sanzionate di quasi due terzi rispetto al picco raggiunto nel maggio 2025. Record anche per le imbarcazioni precedentemente registrate sotto le Comore o il Gambia: nel giugno scorso ben 46 erano avevano optato per il registro russo.
Va però fatta una riflessione su chi avvantaggia questo mutamento. La Russia che non nasconde più le sue carrette del mare o il regime delle sanzioni? Secondo gli analisti del CREA, l’adozione di una bandiera russa rende di fatto le navi della flotta ombra immuni alle intercettazioni europee e “rende obsoleto il meccanismo di sanzioni che le marine europee hanno utilizzato per intercettarle”.
Il fatto che numerose navi siano tornate all’ovile non implica, tantomeno, un’accresciuta capacità russa di gestire la propria flotta. Ai sensi dell’articolo 94 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, uno Stato di bandiera è tenuto a esercitare una giurisdizione effettiva sulle proprie navi. Va ricordato il caso della petroliera russa Arctic-Metagaz, che subì un’esplosione e andò alla deriva senza controllo per oltre un mese nel marzo scorso. La nave trasportava 60.000 tonnellate di GNL russo attraverso il Mediterraneo: Mosca non avviò alcuna operazione di salvataggio, lasciando la Libia, Malta e l’Italia a gestire la crisi.
Un segnale forte era già arrivato nel gennaio scorso con il caso della Bella 1/Marinera, registrata sotto bandiera russa durante una traversata atlantica mentre era inseguita da unità statunitensi. Successivamente, navi militari russe hanno iniziato a scortare imbarcazioni della flotta ombra anche in aree europee, dal Golfo di Finlandia alla Manica.
Parallelamente è emersa una crescente militarizzazione della flotta. Nel giugno scorso le autorità estoni hanno segnalato mitragliatrici visibili sul ponte di una nave riconducibile alla flotta ombra. Un fenomeno che suggerisce un’evoluzione del ruolo di queste imbarcazioni: non più soltanto strumenti per continuare a esportare petrolio nonostante le sanzioni, ma potenzialmente anche asset da proteggere — e in alcuni casi impiegare — in una logica di deterrenza.
Alla luce di questo mutamento, quali opzioni restano? Con il progressivo passaggio delle petroliere sotto bandiera russa, la tradizionale leva dell’abbordaggio per falsa registrazione perde efficacia. Restano però altre strade. La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare offre possibili basi d’intervento, soprattutto nelle acque territoriali e nelle zone economiche esclusive, in caso di danni agli Stati costieri o di utilizzo militare di navi civili. L’Unione europea potrebbe inoltre istituire zone a basse emissioni, restringendo l’accesso alle petroliere più vecchie e inquinanti. Un’altra leva riguarda comandanti ed equipaggi: interrogatori e, laddove ne ricorrano i presupposti giuridici, arresti potrebbero fornire informazioni sulle reti russe e rendere più difficile il reclutamento.
