«Il vero tribunale per il generale Mladic è questo: migliaia di persone a rendergli omaggio», sentenzia uno dei «Lupi», i cosacchi serbi, con tanto di colbacco. In Bosnia ha combattuto negli anni novanta, anche se adesso ha la pancetta. Nel cortile di casa sua i mujaheddin richiamati dalla guerra santa «giocavano a pallone con le teste dei miei amici serbi decapitati». Un tuffo nel passato del sanguinoso conflitto etnico, che ha visto in prima linea Ratko Mladic, comandante dell’esercito dei serbi di Bosnia.
Per mezzo mondo è un criminale di guerra condannato all’ergastolo per l’assedio di Sarajevo e il genocidio di Srebrenica, 8mila musulmani in fuga passati per le armi e sepolti in fosse comuni. Morto il 27 agosto, dietro le sbarre a L’Aja, ad 84 anni. A Belgrado è un eroe per decine di migliaia di serbi accorsi per rendergli omaggio il giorno del suo funerale. Giovani appena maggiorenni con il faccione di Mladic stampato sulla maglietta nera.Veterani della sanguinosa disgregazione della Jugoslavia con i baschi di allora, i nomi delle unità e la bandierina serba rosso, blu e bianca sulla spalla. L’anziano Vojvoda del Montenegro in alta uniforme dei cetnici. Jovan arrivato dalla parte serba della Bosnia con il fratello, ha un cartello con scritto in cirillico una frase che fotografa il clima: «Generale non sei morto. Vivi nei nostri cuori».
Un funerale di massa intriso di orgoglio: il veterano senza gamba, su una sedia a rotelle con la mimetica di allora, ma pure tanti civili, preti ortodossi e donne che trattengono a stento le lacrime. Tutti in fila, sotto il sole, per passare davanti al feretro nella piccola chiesa di San Luca con al fianco un picchetto d’onore. Sulla bara c’è il famoso cappello del generale, che ricorda l’armata serba della prima guerra mondiale, appoggiato dal nipote più giovane. Lo spadone da ufficiale e le medaglie conquistate nel sangue della Bosnia. Davanti al feretro qualcuno scatta nel saluto militare, altri si fanno il segno della croce ortodosso con le tre dita unite oppure baciano la foto di Mladic con il suo collo taurino, che spunta dalla mimetica e gli occhi azzurri di ghiaccio.
Inutile chiedere dei crimini di guerra in Bosnia e dell’assedio di Sarajevo. All’uscita dall’ultimo saluto Stefan, 18 anni come i suoi due amici non ha dubbi: «Mladic è l’eroe che ha salvato i serbi dal genocidio». La storia alla rovescia vista dalla parte della barricata che non crede nel massacro di Srebrenica.
Dragan Panjkov, venuto dall’Italia, spiega che «tutti avevano la mani sporche di sangue, ma hanno condannato all’ergastolo Mladic tenendolo dietro le sbarre fino alla morte».
Poco dopo mezzogiorno il feretro, avvolto nella bandiera della Republika Srpska di Bosnia, viene portato a spalle fuori dalla chiesa da soldati in mimetica ed elmetto. Il patriarca di Serbia Porfirije ha pronunciato l’omelia parlando di fede. Il presidente Aleksandar Vucic non è venuto per evitare di sollevare ulteriori fulmini da parte dell’Unione europea, ma ha mandato il figlio Danilo.
Su una macchina nera con finestrini oscurati e guardie del corpo è arrivato l’ex presidente dei serbi di Bosnia, Milorad Dodik. Al funerale è presente anche l’ambasciatore russo a Belgrado, Alexander Botsan-Kharchenko. Il corteo funebre si muove in silenzio, una marea umana enorme, sotto il sole a picco, sovrastata da una gigantesca bandiera serba all’inizio e subito dopo le croci ortodosse in legno. Krstan Knezevic, pope in tunica nera, per un anno parroco ortodosso a Trieste, ti lascia di stucco: «Ogni serbo dovrebbe essere qui, oggi, a onorare il più grande generale dei nostri tempi, che ha difeso il proprio popolo. Quelli che lo accusano sono solo nemici».
Per cinque chilometri il fiume umano marcia verso il piccolo cimitero di Topider. Enormi stendardi con il faccione del generale e bandiere dell’orgoglio serbo sventolano fra le tombe. Per sua volontà Mladic viene sepolto accanto all’odorata figlia Ana, che si è sparata un colpo in testa con la pistola del padre a 23 anni. Migliaia di braccia tese si alzano verso il cielo gridando in maniera ritmata «Ratko-Mladic». Il resto del mondo condanna con sdegno la glorificazione del generale, ma quando la bara viene calata nella tomba e risuonano le salve del picchetto d’onore si chiude per sempre uno dei capitoli più brutali nella dissoluzione della Jugoslavia.
