Doveva essere la partita-manifesto dell’inclusione. È diventata, invece, il manifesto dell’ipocrisia. Al Lumen Field di Seattle non ci saranno bandiere arcobaleno, cerimonie Lgbt o iniziative ufficiali legate al Pride in occasione della sfida tra Egitto e Iran, valevole per la terza e ultima giornata della fase a gironi dei Mondiali. Le proteste delle due federazioni hanno avuto successo e la Fifa avrebbe assicurato che dentro lo stadio non sarà organizzata alcuna attività promozionale di questo tipo.
Come riferito dall’Agi, Teheran e Il Cairo avrebbero ricevuto rassicurazioni ufficiali sulla cancellazione delle iniziative previste in occasione dell’incontro. Una vittoria diplomatica che il regime iraniano ha subito rivendicato, ponendo l’accento sulle “profonde affinità culturali e religiose” tra i due Paesi e la condivisione di valori e sensibilità comuni. Tradotto: il Pride va bene, purché non disturbi chi il Pride non lo tollera.
L’iniziativa era nata prima ancora che fossero note le squadre destinate a scendere in campo. Seattle, sapendo che avrebbe ospitato una partita dei Mondiali in prossimità dell’anniversario dei moti di Stonewall, aveva deciso di trasformare quella giornata in un “Pride Match Day”. Non soltanto una gara di calcio, spiegavano gli organizzatori, ma una celebrazione della visibilità, dell’appartenenza e della comunità. Poi il sorteggio ha presentato il conto della realtà.
La partita pensata come simbolo dell’inclusione avrebbe messo una di fronte all’altra due selezioni provenienti da Paesi nei quali la comunità arcobaleno non gode di alcuna tutela effettiva. Per intenderci: l'Iran è uno dei sei paesi al mondo che prevede formalmente la pena di morte per le relazioni omosessuali, insieme a Brunei, Mauritania, Nigeria, Arabia Saudita e Yemen. In Egitto, invece, l’omosessualità non è esplicitamente vietata, ma è di fatto criminalizzata. Nessuno, quando è stato ideato l’evento, si è posto il problema?
Il risultato è grottesco. L’Occidente organizza una festa dell’inclusione e poi la cancella non appena qualcuno minaccia di offendersi. I valori proclamati come universali diventano improvvisamente negoziabili. La visibilità è fondamentale, ma soltanto quando non provoca incidenti diplomatici.
È il solito cortocircuito del progressismo istituzionale: inflessibile con i cittadini occidentali, accomodante con i regimi. Quando a opporsi sono governi autoritari o Paesi islamici, ogni certezza si scioglie nel linguaggio felpato del rispetto culturale. E così a Seattle non sfilerà l’arcobaleno.