C’è un’altra faccia dell’immigrazione clandestina che passa quasi inosservata, lontano dalle immagini degli sbarchi e dai gommoni sovraffollati che attraversano la Manica. È quella di un commercio apparentemente ordinario che, nelle città francesi di Calais e Dunkerque, si intreccia con il traffico di migranti diretto verso il Regno Unito. Qui, nei negozi di articoli sportivi, i giubbotti di salvataggio sono diventati il prodotto più richiesto da chi si prepara ad affrontare la traversata del Canale della Manica. A documentare il fenomeno è il Daily Mail, che ha seguito per diversi giorni gli acquisti effettuati in alcuni punti vendita della costa settentrionale francese, osservando diversi migranti uscire dai negozi con grandi sacchi pieni di giubbotti e dirigersi verso le aree dove sorgono gli insediamenti di fortuna. A seconda del modello, i dispositivi possono costare da meno di 18 euro fino a quasi 90 euro. Sono prodotti pensati per aumentare la sicurezza in acqua che, in questo contesto, finiscono nelle mani di persone che si apprestano a salire su piccole imbarcazioni dirette in Gran Bretagna.
Calais e Dunkerque, la lunga attesa prima della traversata
La costa settentrionale francese è da anni uno dei principali punti di partenza per i migranti che cercano di raggiungere il Regno Unito attraverso la Manica. Il tratto interessato si estende per circa 120 miglia, da Dunkerque a Dieppe, e rappresenta una delle aree più delicate della crisi migratoria europea esplosa con particolare intensità dal 2015. A Calais, per esempio, le autorità francesi hanno sgomberato nel 2016 il grande insediamento informale conosciuto come “Jungle”, che nel periodo di massima espansione arrivò a ospitare circa 8.000 persone. Nonostante questo, la presenza dei migranti non è scomparsa. Secondo l’organizzazione Care4Calais, circa 700 persone continuano a dormire all’aperto nella città in condizioni precarie. Anche Dunkerque è diventata un importante punto di raccolta. Nelle zone di Grande-Synthe e Loon-Plage vivono migliaia di richiedenti asilo, molti dei quali attendono per settimane, o anche più a lungo, l’occasione per tentare la traversata. È proprio questa attesa a spingere i migranti a tenersi pronti a partire in qualsiasi momento, quando arriva la “chiamata” da parte dei trafficanti e ad organizzarsi per poterla affrontare.
Dal campo al negozio, alla ricerca dei giubbotti di salvataggio
Nella zona di Grande-Synthe, il tragitto dal campo ai negozi sportivi è diventato una sorta di percorso abituale per chi deve procurarsi l’equipaggiamento necessario alla traversata. Dai loro insediamenti di fortuna, molti migranti raggiungono in autobus il vicino centro commerciale e, una volta arrivati, acquistano i giubbotti di salvataggio in grande quantità: anche dieci o dodici alla volta, trasportandoli in grossi sacchi neri della spazzatura, prima di fare ritorno verso le aree in cui sono accampati. Alcuni di loro, interpellati sulla destinazione dei giubbotti, hanno confermato che sarebbero stati utilizzati per affrontare la traversata in barca verso il Regno Unito.
Anche due mesi di attesa per attraversare la Manica
A raccontare cosa c’è dietro l’acquisto sono diverse testimonianze, tra cui quella di un iracheno incontrato fuori dal negozio con un grande sacco pieno di giubbotti. Ha spiegato di essere arrivato in Francia insieme alla sua famiglia dopo un lungo viaggio e di essere accampato da circa due mesi, in attesa di poter attraversare la Manica. Quando gli è stato chiesto se i giubbotti appena comprati fossero destinati alla traversata verso il Regno Unito, ha confermato, spiegando che erano destinati a tutta la sua famiglia, arrivata con lui. Quello che ha raccontato è un dettaglio tutt’altro che secondario, considerando che per affrontare il viaggio molti migranti hanno versato somme considerevoli alle organizzazioni criminali che gestiscono le partenze. Oltre al costo del passaggio, devono quindi sostenere anche le spese per procurarsi l’equipaggiamento necessario ad affrontare la traversata.
Centinaia di giubbotti acquistati ogni giorno
Le osservazioni effettuate nei negozi di Dunkerque non si sono limitate a episodi isolati. Non si tratta quindi di acquisti occasionali, ogni giorno, nei punti vendita della zona, i giubbotti vengono acquistati in quantità e seguono un rituale specifico, concentrandosi in determinati momenti, probabilmente in coincidenza con le partenze organizzate dai trafficanti.
Quanto costa prepararsi alla traversata
Sugli scaffali del negozio di Dunkerque la scelta è ampia. Nel reparto dedicato agli sport acquatici sono disponibili numerosi modelli in diverse taglie e configurazioni. I modelli più economici partono da 17,99 euro. Si tratta dei dispositivi più semplici, costituiti sostanzialmente da materiale galleggiante racchiuso in un rivestimento in poliestere. Il prezzo sale a 19,99, 29,99 e 34,99 euro per i modelli dotati di caratteristiche aggiuntive, come fischietti, cinghie supplementari e inserti riflettenti. Sono proprio questi modelli di fascia intermedia ad apparire più frequentemente negli acquisti osservati. Una persona che ne compri dieci può quindi arrivare a spendere diverse centinaia di euro. I modelli più sofisticati, dotati di sistemi alimentati da bombole di gas, arrivano invece a costare 54,99, 55 o 79,99 euro, fino a un massimo di 89,99 euro per alcuni dispositivi. Su diversi prodotti compare inoltre una precisa specifica: “L’equipaggiamento personale di galleggiamento riduce soltanto il rischio di annegamento. Non garantisce il salvataggio”. Un’avvertenza che ricorda quanto, nonostante l’utilizzo dei giubbotti, la traversata rimanga estremamente pericolosa.
La polemica sui rifornimenti
Il fenomeno ha già alimentato polemiche nei confronti delle grandi catene commerciali, che hanno però negato di aver aumentato la quantità di merce disponibile a questo scopo. L’inchiesta giornalistica ha tuttavia sottolineato come i giubbotti continuassero ad arrivare sugli scaffali con una frequenza nettamente superiore rispetto agli altri prodotti esposti. La disponibilità appariva quindi molto ampia. La questione è diventata ancora più delicata, visto che diverse aziende avevano dichiarato di aver adottato misure specifiche per evitare che alcuni dei loro prodotti venissero utilizzati per le traversate della Manica.
Niente gommoni, ma i giubbotti restano in vendita
Già dal 2021, diverse grandi catene di articoli sportivi avevano smesso di vendere i gommoni gonfiabili nei punti vendita della zona di Calais e Dunkerque, proprio perché questi prodotti erano stati utilizzati per attraversare illegalmente la Manica. All’epoca era stato spiegato che venivano “utilizzati impropriamente come imbarcazioni per attraversare la Manica”, in contrasto con la loro destinazione originaria. La decisione, però, non aveva riguardato tutti gli articoli destinati all’uso in acqua. Era stato infatti chiarito che avrebbero continuato a essere venduti prodotti pensati per aumentare la sicurezza in mare, come i giubbotti di salvataggio e i remi. La scelta era quindi stata quella di eliminare dagli scaffali gli articoli che potevano essere utilizzati direttamente come mezzi per la traversata, continuando invece a offrire dispositivi considerati strumenti di sicurezza.
I video sui social
Proprio come i video diffusi prima dell’arrivo dei migranti a Ceuta, le immagini circolate online hanno inoltre contribuito a rendere visibile un fenomeno che altrimenti sarebbe rimasto confinato alle osservazioni effettuate nei punti vendita. I filmati sono diversi tra loro, ma mostrano tutti la stessa dinamica, migranti che si procurano nei negozi il materiale necessario per affrontare la traversata della Manica, acquistando giubbotti di salvataggio in quantità e pagando cifre che, in alcuni casi, superano i 300 euro per una sola spesa. Il loro valore informativo sta soprattutto nei dettagli che forniscono, permettono di capire a cosa servono quei giubbotti, quanto vengono pagati e come sia possibile procurarseli.
@maddog1512 Migrants buying life jackets from Decathlon!!!
original sound - Dave J.
Le accuse e le polemiche
Il commercio dei giubbotti ha provocato una dura reazione da parte di alcuni esponenti politici come Chris Philp, esponente dell’opposizione britannica, che sostiene come questo commercio favorisca le traversate clandestine. Le accuse trasformano così la vendita di un normale prodotto commerciale in una questione politica e di sicurezza legata alla gestione dei flussi migratori attraverso la Manica. Ancora più articolata è stata la posizione della sindaca di Calais Natacha Bouchart, che ha riconosciuto la funzione di sicurezza dei giubbotti ma ha contemporaneamente evidenziato il rischio che la loro vendita contribuisca indirettamente al sistema gestito dai trafficanti. “Da una parte i giubbotti di salvataggio salvano vite, ma allo stesso tempo la loro vendita contribuisce ad alimentare le organizzazioni mafiose di un intero sistema che porta le persone alla morte”, ha affermato. Anche Guy Allemand, sindaco di Sangatte, località della zona di Calais, aveva definito “vergognosa” la vendita dei giubbotti in maniera così massiccia. Il nodo resta quindi il paradosso di un dispositivo progettato per aumentare la sicurezza in acqua che viene acquistato proprio da persone intenzionate ad affrontare una traversata estremamente rischiosa.
Le parole delle associazioni dei migranti
Sul fronte opposto ci sono le organizzazioni che assistono i migranti. Secondo Utopia 56, associazione con sede a Calais, eliminare i giubbotti dagli scaffali non sarebbe una soluzione al problema delle traversate clandestine. Un portavoce dell’organizzazione ha spiegato: “Questo non impedirà mai a nessuno, alla fine del proprio percorso migratorio, di raggiungere la propria famiglia in Inghilterra o di fuggire dal proprio regime”. La posizione dell’associazione parte da una considerazione diversa rispetto a quella dei politici che contestano la vendita: finché esisteranno persone determinate a raggiungere il Regno Unito o altre destinazioni in Europa, la rimozione di un determinato prodotto dai negozi non eliminerebbe la volontà di partire. Il confronto resta quindi aperto tra chi ritiene necessario impedire che le traversate vengano alimentate da una rete di approvvigionamento facilmente accessibile e chi, invece, sostiene che togliere un giubbotto di salvataggio a chi tenterà comunque di attraversare la Manica potrebbe invece aumentare il rischio di morte.
La Manica resta una delle rotte più pericolose
Il fenomeno assume un peso ancora maggiore se inserito nel quadro degli attraversamenti della Manica. Secondo gli ultimi dati disponibili, più di 2.000 migranti sono arrivati sulle coste britanniche a bordo di piccole imbarcazioni da quando Andy Burnham è diventato primo ministro, alla fine di luglio. In un solo sabato, 326 persone sono arrivate a bordo di quattro imbarcazioni, portando il totale a 2.057 dal 20 luglio. Il mercoledì precedente era stato registrato il giorno più intenso dell’anno per gli attraversamenti della Manica, con 752 migranti arrivati nel Regno Unito.
Il fenomeno non si ferma
Prendendo ad esempio la Gran Bretagna il dato complessivo mostra comunque una diminuzione rispetto agli anni precedenti. Il totale provvisorio riportato nel materiale è di 14.526 migranti arrivati quest’anno attraverso la Manica. Si tratta di un numero inferiore rispetto allo stesso periodo del 2025, quando gli arrivi erano stati 25.436, con una diminuzione del 43 per cento. Il dato risulta inoltre inferiore del 14 per cento rispetto allo stesso periodo del 2024, quando erano stati registrati 16.903 arrivi. Il calo degli attraversamenti, tuttavia, non significa che la rotta sia diventata meno attiva o meno pericolosa. Le partenze continuano e, con esse, resta attivo anche il sistema che ruota intorno ai migranti in attesa sulla costa francese. È proprio in questo contesto che i semplici giubbotti di salvataggio diventano il simbolo di un fenomeno molto più grande: un’economia che si sviluppa intorno alla domanda di prodotti necessari per affrontare una traversata che può trasformarsi in tragedia in pochi minuti, mentre i trafficanti continuano a organizzare le partenze e migliaia di persone rimangono in attesa lungo la costa francese.
