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Cronaca locale

Faraoni, templi e libro dei morti. Visita alla Galleria Antico Egitto

Negli affascinanti sotterranei della Rocchetta il nuovo allestimento dell’imponente patrimonio del Comune, che finanziò gli scavi archeologici degli Anni Trenta nella regione del Fayum

Influente La rilevanza scientifica della collezione milanese attirò persino una visita del celebre Jean-François Champollion

Dopo una lunga attesa durata quasi un decennio le porte si erano chiuse nel lontano 2017 la grande bellezza della civiltà del Nilo è tornata a risplendere a Milano. E lo fa cambiando pelle: addio alle vecchie e scure sale sotterranee della Corte Ducale del Castello Sforzesco, benvenuta alla nuova spettacolare Galleria Antico Egitto, allestita negli affascinanti sotterranei della Rocchetta (si raggiunge arrivando nel secondo cortile). Il lavoro di riqualificazione e di riallestimento è stato notevole: grazie anche al sostegno della Fondazione Cariplo, una delle collezioni egittologiche più importanti d’Italia è stata restituita agli occhi di milanesi e turisti. Conviene approfittare di queste settimane estive per visitarla. Il colpo d’occhio, appena scesi i gradini che portano nel cuore della fortezza viscontea, è notevole.

Il nuovo percorso espositivo ideato dall’architetto meranese Markus Scherer ricrea l’atmosfera dei templi egizi: l’allestimento e il progetto illuminotecnico evocano il sacro e il mistero. Grandi teche verticali, che nello slancio evocano la maestosità dei colonnati faraonici, emergono in un gioco sapiente di chiaroscuri. La luce qui non si limita a illuminare, ma diventa una vera e propria guida narrativa capace di esaltare la texture, cioè la fattura, di ogni singolo oggetto esposto. I numeri parlano chiaro: la collezione è cresciuta, passando dai circa 250 reperti visibili prima della chiusura agli attuali 330 oggetti esposti, distribuiti in sei sezioni tematiche che abbracciano oltre tremila anni di storia. Si passeggia tra mummie, sarcofagi finemente decorati, amuleti protettivi e vasi canopi, ma anche tra frammenti intimi di vita quotidiana.

Va ricordato che la collezione milanese ha radici profonde che risalgono all’Ottocento, periodo di grande fascino per l’Egitto dopo le spedizioni napoleoniche: la sua rilevanza scientifica attirò persino Jean-François Champollion, il celebre decifratore dei geroglifici, che nel 1825 si recò di persona a Milano per studiarne i papiri e i sarcofagi. Il vero fiore all’occhiello della Galleria è la sezione dedicata agli scavi archeologici condotti tra il 1934 e il 1940 a Medinet Madi, nella regione del Fayum, dall’egittologo Achille Vogliano, docente della Statale. Un’impresa d’altri tempi finanziata in larga parte dal Comune di Milano, che rappresenta un tassello di storia della nostra città ora ben raccontato e valorizzato. È proprio dalle sabbie di quelle spedizioni che è riaffiorato il capolavoro assoluto del museo: la splendida statua del faraone Amenemhat III (risalente al XIX secolo a.C.), fondatore del tempio del Fayum, che oggi accoglie i visitatori con la sua regale e magnetica presenza. Accanto a lui, imperdibile il Libro dei Morti (il Papiro Busca), tornato a legarsi idealmente agli altri manufatti della medesima collezione civica.

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