Due "vecchi" farmaci possibili cure contro Covid

Si tratta di ivermectina e colchicina, creati per altre patologie ma sperimentati con ottimi risultati su alcuni pazienti affetti da Covid-19. "Migliorati nell'arco di 48-72 ore"

Nulla di nuovo sotto il sole ma si moltiplicano gli studi che vedono protagonisti due farmaci, sarebbe più corretto dire molecole, già esistenti e che possono dire la loro nella lotta al Covid-19.

Ivermectina, ecco l'antiparassitario

In attesa che i monoclonali ed altri farmaci ad hoc contro il nuovo Coronavirus vengano messi a punto, in alcune situazioni ben specifiche ecco venire in soccorso l'ivermectina e la colchicina. Un documento dell'Aifa dello scorso luglio autorizzava uno studio di fase 2, randomizzato e controllato in doppio cieco per valutare la sicurezza e l'efficacia di ivermectina per il trattamento dell’infezione da Sars-Cov-2 in stadio iniziale. Lo studio multicentrico era stato promosso dall’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria, Negrar di Valpolicella, in provincia di Verona. Ma di cosa si tratta, innanzitutto? "L'ivermectina viene utilizzato prevalentemente come antiparassitario utilizzato per via orale in Italia in campo veterinario. C'è anche un suo utilizzo in clinica umana sotto forma di creme ed unguenti per trattare alcune patologie cutanee come scabbia o rosacea. È un farmaco molto vecchio che è stato introdotto in commercio nel 1981 ed agisce attraverso un meccanismo farmacologico molto specifico che va ad interferire con il sistema nervoso dei parassiti e ne determina, poi, la morte", dice in esclusiva per ilgiornale.it Annalisa Capuano, Prof. ordinario presso l'Università della Campania "Vanvitelli" e membro della Società Italiana di Farmacologia (SIF), che ha anticipato quanto verrà discusso al 40esimo Congresso della SIF dal 9 al 13 marzo.

Quando va somministrato

La farmacologa ci ha spiegato che, in un contesto emergenziale come quello attuale, la comunità scientifica cerca soluzioni sia per farmaci nuovi (vedi monoclonali, qui il nostro Focus) sia per altri già in utilizzo nella pratica clinica e che possono essere ricollocati per trattare la nuova malattia da Covid-19. "Per questo motivo, l'attenzione di alcuni ricercatori si è focalizzata su ivermectina, dimostrando come il farmaco possa avere anche attività antivirali contro il virus dell'influenza, dell'Hiv e del virus Zika, che viene trasmesso dalle zanzare tigre", afferma la Capuano. Alcuni ricercatori hanno pubblicato un lavoro dimostrando la capacità della molecola di inibire la replicazione virale di Sars-Cov-2. "Da lì sono partiti alcuni studi ed anche la nostra Agenzia Italiana del Farmaco ha deciso di autorizzare uno studio di fase 2 per valutare se, effettivamente, questa molecola fosse in grado di debellare l'infezione indotta dal nuovo Coronavirus".

"Va data tempestivamente". La tempistica è fondamentale: ivermectina possiede un'attività di riduzione della replicazione del virus e va data in una fase iniziale di patologia, quando comincia la replicazione virale ma prima che il virus abbia prodotto i danni che tutti abbiamo imparato a conoscere. "È fondamentale, quindi, che il farmaco vada somministrato all'inizio", aggiunge la farmacologa. Però, ad oggi, nonostante diversi studi dimostrino che il farmaco, effettivamente, può essere utile a "determinare una riduzione del tempo di eliminazione del virus in maniera anche significativa ed un tasso di recupero clinico superiore al 43%", questi risultati non bastano per dire che invermectina sia efficace contro Covid-19. "Sono necessari risultati più robusti che possono venir fuori soltanto dalla sperimentazione clinica, randomizzata e controllata che abbia la capacità di arruolare un numero significativo di persone per poi, eventualmente, autorizzare queste molecole per il Covid-19. Al momento sono delle ipotesi non ancora confermate dai risultati di grossi studi clinici", specifica la farmacologa, la quale sottolinea che è il medico a richiederne l'uso compassionevole per valutare se, in mancanza di alternative terapeutiche valide, su un paziente si possa somministrare questo farmaco. "Soltanto in questo modo può avvenire l'uso di invermectina negli ambienti ospedalieri al di fuori di un contesto sperimentale", ci dice.

"Pazienti migliorati"

In effetti, questo farmaco è in sperimentazione all'Ospedale Garibaldi Nesima di Catania. "L'ivermectina l'abbiamo iniziata ad utilizzare in off label, metodologia di somministrazione per casi singoli nella quale viene richiesta la direzione sanitaria attraverso il consenso del paziente la possibilità di utilizzare il farmaco", dice in eslusiva per noi il Prof. Bruno Cacopardo, primario del reparto Malattie Infettive del nosocomio catanese. "Non è la panacea ma è un farmaco che ha una sua efficacia: assieme ad altri farmaci dello standard di cure per il Covid può essere estramemente utile - ci dice - In tutto sono stati trattati 7 pazienti con la metodica dell'off label, tutti con patologia severa in ossigeno terapia ad alti flussi, quindi impegnativi. In questi pazienti abbiamo affiancato l'ivermectina allo lo standard di cure, non è uno studio caso-controllo. I pazienti sono migliorati, nell'arco di 48-72 ore abbiamo assistito ad un recupero funzionale, è passata la febbre ed hanno dismesso l'ossigeno terapia", afferma Cacopardo. Il prof. ci spiega che, per uso umano, questo farmaco attualmente non è utilizzato in Italia ed è stato importato da altre nazioni dove si usa abitualmente. "Il fondamento sul quale ci siamo basati deriva da una serie di esperienze cliniche pubblicate nella letteratura internazionale, oltre un centinaio di lavori, di cui alcuni documentano l'attività antivirale ed antinfiammatoria di ivermectina mentre altri sono specifici sul Covid, argomento per il quale esiste anche una meta-analisi, cioè una revisione statistica dei dati di letteratura che documenta come inequivocabilmente, somministrata ai dosaggi adeguati, ivermectina sia efficace su Covid", aggiunge.

Ecco la colchicina

Ivermectina è in buona compagnia: contemporaneamente, anche la colchicina sta acquistando sempre più interesse agli occhi della comunità scientifica. Anche in questo caso, si tratta di un farmaco già in commercio da tempo, di cui l'Aifa stessa parla in un documento sui farmaci acquistati dalle Strutture Sanitarie nazionali ed utilizzati contro il Covid-19. Ma, in realtà, per cosa era stata creata? "La colchicina è un'altra molecola che utilizziamo da tempo in Italia per trattare gli attacchi acuti di gotta, patologia reumatica caratterizzata da fenomeni infiammatori acuti che portano dolore, arrossamento e gonfiore delle articolazioni. Agisce in un modo particolare sui microtubuli, strutture intracellulari, e attraverso questa azione determina un'attività antinfiammatoria", ci spiega la farmacologa Capuano. Potrebbe avere un utilizzo contro il Covid-19 data la natura prevalentemente infiammatoria dell’infezione a causa del rilascio delle famose citochine. "Potremmo contrastare questa infiammazione utilizzando la colchicina: alcuni studi pubblicati hanno dimostrato che potrebbe agire su un complesso di proteine che si chiamano inflammasomi e, attraverso questo blocco, potrebbero bloccare anche il rilascio di citochine", aggiunge.

I primi studi. Nel luglio 2020 l'Aifa ha approvato uno studio che ne valutava il suo utilizzo all'inizio della malattia per capire se i pazienti potessero avere un beneficio e non andare incontro a complicanze. "Il problema è che il trial clinico non ha portato a risultati significativi perché non è riuscito ad arruolare un numero sufficiente di pazienti - afferma la Capuano - Abbiamo bisogno di ricevere ulteriori informazioni: non possiamo utilizzare la colchicina su tutto il territorio perché non c'è ancora un'indicazione contro Covid-19. Anche in questo caso, potrebbe essere utilizzata nell'ambito di sperimentazioni cliniche in corso oppure per l'uso compassionevole per gli stessi motivi che abbiamo descritto prima. Questa molecola potrebbe bloccare precocemente la risposta infiammatoria scatenata dal nuovo Coronavirus ed evitare le complicanze respiratorie, i danni d'organi e quant'altro".

"Riduzione della mortalità". Anche in questo caso, il Prof. Cacopardo sta pensando di utilizzarla nei casi meno gravi. "Esiste uno studio canadese chiamato ColCorona, cioè colchicina-coronavirus, che documenta un'efficacia di riduzione della mortalità del 49% se utilizzata precocemente. È un farmaco da prendere in considerazione", ci dice, affermando anche che colchicina ed invermectina possono essere sinergici, "a mio avviso utilizzati insieme possono essere utili, si può valutare. A me risulta che l'Aifa li stia prendendo in considerazione anche se non sono stato informato. Si tratta di farmaci di basso costo e discreta efficacia, i monoclonali sono di alto costo e vanno utilizzati con grande precocità", aggiunge.

Cos'è meglio?

Tra le due terapie, quale è la migliore? "Non possiamo dirlo perché non abbiamo risultati forti per dire se una sia meglio dell'altra. Oltretutto ci sono delle differenze: ivermectina agirebbe come antivirale, quindi bloccado la replicazione del virus; la colchicina, invece, è un antinfiammatorio, va ad agire contro un'altra componente della patologia", ci dice la Prof. Capuano. "Se arriveranno dei risultati, la prima sarà posizionata come antivirale e la colchicina come antinfiammatorio. Ad oggi, l'unico antivirale approvato contro Covid-19 è il remdesivir". La farmacologa, in conclusione, invita a non dare false speranze ai cittadini ed ai pazienti. "Bisogna essere sempre chiari: abbiamo la necessità di avere dati più robusti che possono venir fuori soltanto da sperimentazioni cliniche controllate e randomizzate, il migliore strumento metodologico per mettere in evidenza l'efficacia e la sicurezza di qualsiasi molecola, anche al di fuori del contesto Covid.

"Effetti collaterali banali"

Chi sta testando sul campo, per uso compassionevole, i due farmaci è il Prof. Cacopardo, al quale abbiamo chiesto gli effetti collaterali dell'uno e l'altro. Le buone notizie, in questo caso, non mancano. "Ivermectina è assolutamente priva di effetti collaterali severi: può dare qualche piccola alterazione visiva ma modesta e reversibilissima, può dare dei disturbi gastroenterci banali. Colchicina viene utilizzata da molti anni per malattie infiammatorie autoimmuni, noi la utilizziamo nelle pericarditi idiopatiche o primitive in centinaia e migliaia di pazienti. L'unico effetto collaterale è la diarrea che si attenua utilizzandola a giorni alterni. Chi dice che hanno effetti collaterali non conoscono i farmaci", conclude il virologo catanese.

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Commenti

Dissidente

Gio, 18/02/2021 - 12:34

Lo sanno cani e porci che questo virus si puó curare se curato per tempo! Il problema é che i governi sono pieni di "ratti" e a loro le notizie non arrivano! Ci sará dietro qualcosa?! Chiedo agli anti-complottisti! O meglio, chiedo ai veri complottisti!