Si chiamava Indro Alessandro Raffaello Schizogene Montanelli: cinque nomi per un uomo solo, e il più bello è il quarto, Schizogene, che il babbo farmacista gli appioppò pescando dal greco e che significa, più o meno, "seminatore di zizzania". Mai battesimo fu più profetico. Zizzania ne seminò per settant'anni, e la seminò soprattutto dove attecchisce meglio: tra i vezzi dell'alta borghesia di sinistra, piantata in asso nel 1974 con un gesto che ancora le brucia. Venticinque anni fa, oggi, se ne andava, spegnendosi alla clinica La Madonnina di Milano. E io non credo alle combinazioni. Non credo ai casi, non credo alle coincidenze che si dispongono da sole come i soldatini sul tavolo di un bambino; credo alla volontà degli uomini di guardare la realtà e di scoprirvi un significato. Perciò, se questo giornale sceglie proprio la data della morte di Indro per rimettersi in cammino con un volto nuovo, non è distrazione del calendario: è una firma.
Oggi il Giornale cambia veste. Cambia grafica, cambia taglio, cambia l'aria che si respira sfogliandolo, e lo fa non per rincorrere le mode, ché le mode invecchiano più in fretta di chi le insegue, ma per riprendere fiato; per tornare a respirare col respiro largo della sua vocazione iniziale. Sono cinquantadue anni rotti che questo foglio esiste, ed è nato da Montanelli, da una sua ostinazione precisa: dare gli occhi a un popolo che rischiava di restare cieco, in un'Italia che pareva rassegnata a consegnarsi al vincitore senza nemmeno provare a difendersi. Se ne andò dal Corriere della Sera nel momento esatto in cui il Corriere, il foglio dei salotti buoni e della borghesia che comanda, si voltava a sinistra con la disinvoltura di chi cambia giacca a primavera. Uscì da lì e fondò un giornale per gli italiani che quella stampa non degnava di uno sguardo, gli orfani di una voce. Nacque come atto di resistenza; è rinato, poi, perché certe anime, una volta accese, non si lasciano più spegnere.
E qui sta il senso della veste nuova. Uno guarda queste pagine fresche e potrebbe pensare al maquillage di un signore attempato che si tinge i capelli per parere quel che non è più. Sarebbe l'esatto contrario. Questa creatura di Montanelli non si trucca da giovane: è giovane. È giovane e fresca come erano freschi gli ideali della nostra gioventù, con la differenza che gli anni, invece di renderla prudente, l'hanno soltanto liberata. Le hanno tolto di dosso gli opportunismi, le cautele, le ipocrisie di chi ha una carriera da difendere e perciò misura le parole col contagocce. A una certa età, se uno è fortunato, dice finalmente quel che pensa, perché non ha più niente da guadagnare tacendo. Questo giornale è arrivato lì: all'età in cui si smette di chiedere permesso.
Perché il nemico, in cinquantadue anni, non è morto: ha soltanto cambiato guardaroba. Ha smesso la divisa del comunismo che avanzava e ha indossato l'abito buono del pensiero unico, quello che oggi si presenta con mille nomi gentili e pretende però la stessa vecchia cosa: che ci si inginocchi, che si chieda scusa di esistere, che si ringrazi per il permesso di pensarla diversamente. È cambiata la stoffa, non la pretesa. E il nostro mestiere è rimasto identico a quello di mezzo secolo fa: restituire agli italiani gli strumenti per non bersi qualunque predica spacciata per notizia, e difendere il diritto antico, ormai quasi clandestino, di non essere d'accordo.
La memoria, qui, mi porta a un altro 22 di luglio. Venticinque anni fa dirigevo Libero, e l'indomani della morte di Indro scrissi l'articolo con cui lo celebravo; e su quella stessa prima pagina, perché mi parve il modo più montanelliano di onorarlo, lanciammo una sottoscrizione per Mario Placanica, il carabiniere di leva che a Genova, dentro una camionetta assediata dagli antagonisti, come li chiamano adesso, aveva tentato di difendersi da un assalto in cui Carlo Giuliani impugnava un estintore per fracassarglielo sul cranio. Il titolo era di tre parole: è una legittima difesa. I lettori risposero come rispondono gli italiani quando nessuno li imbroglia: quattrocentomila euro, raccolti spicciolo su spicciolo, per la tutela legale e per la salute di un ragazzo travolto, processato dalla piazza prima che dai tribunali, e la cui vita fu spazzata via lo stesso. Non ho una virgola da correggere, a distanza di un quarto di secolo.
E oggi come allora la storia si ripete, con la puntualità delle cose che non abbiamo voluto capire: la polizia è stata attaccata di nuovo, stavolta non a Genova ma a Bologna. Cambiano le piazze, cambiano le sigle, non cambia il bersaglio: la divisa, cioè lo Stato, cioè noi. Non apro il capitolo della scuola Diaz, sul quale si sono già pronunciate la magistratura e la storia, che sono due giudici ai quali conviene lasciare l'ultima parola. Mi domando un'altra cosa, più semplice e più utile: che cosa avrebbe detto Montanelli? Lo so con la sicurezza con cui si conoscono gli amici veri. Non sarebbe stato dalla parte dei rivoltosi, né dei rapinatori travestiti da idealisti; avrebbe difeso le forze dell'ordine, avrebbe difeso quel sentimento buono e disarmato della nazione che gli scontri di piazza travolgono per primo, come si travolge un vaso di gerani lasciato sul davanzale quando passa la mandria. Le mandrie, Indro, le riconosceva da lontano.
Mi lascio prendere, lo confesso, da un filo di nostalgia, e me lo perdonerete. Montanelli, negli ultimi anni, mi diceva che ormai gli amici li aveva quasi tutti al cimitero, o qualcosa del genere, con quel suo modo asciutto di dire le cose tristi senza farne una tragedia. Allora sorridevo; oggi lo capisco fin troppo bene, io che alla mia sposa, Enoe, ho appena dato l'ultimo saluto. Aveva ragione lui, come quasi sempre. Ma il bello di un giornale è che il cimitero non ce l'ha: rinasce. Cambia gli uomini, cambia i caratteri di stampa, e resta se stesso.
Guidare questa nave ammiraglia controcorrente è una sfida fantastica. Ne ho fatto esperienza in momenti perigliosi, peraltro con qualche successo. Tommaso Cerno, che ne ha preso il timone con brio quasi otto mesi fa, ha concluso il suo catecumenato. Il battesimo è quest'oggi, giorno in cui il Giornale prende la sua faccia, e io alzo il calice con tutti i lettori, vecchi e nuovi.
È il modo con cui questo foglio festeggia i suoi venticinque anni senza Indro e i suoi cinquantadue di schiena dritta: non spegnendo una candelina, ma riaccendendo una lampada.Buon lavoro a tutti noi. E a te, Indro, seminatore di zizzania che nelle combinazioni non hai mai creduto nemmeno tu: guarda un po' che pagina ti abbiamo fatto.
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