Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 09:42
Politica

Se Davigo sa dei reati e non denuncia

L'attacco della toga

"Ci sono pochi italiani in galera". Davigo profeta del grillismo manettaro

Piercamillo Davigo, il magistrato giustiziere, in una lunga intervista concessa al Fatto Quotidiano bolla come «pessima stampa» e «giornalacci» i giornali - cioè noi - che lo hanno criticato per le sue posizioni integraliste, compresa quella per cui «un imputato assolto non è innocente ma un colpevole che l'ha fatta franca» e che gli «errori giudiziari non esistono».

Se leggesse più spesso certi «giornalacci», Davigo prenderebbe coscienza di quante persone, famiglie e aziende sono state rovinate, quante reputazioni sono state distrutte e patrimoni azzerati da abbagli di suoi colleghi, convinti come lui di essere degli dei. E leggerebbe storie di casi psichiatrici, di miserie umane e professionali che vedono coinvolti magistrati ai quali, ciò nonostante e a differenza di quanto accade in altre categorie, viene permesso di rimanere in servizio come se nulla fosse. Niente, a Davigo la libera stampa e le opinioni contrarie alle sue fanno schifo. La parola «giornalacci» ricorda il fascismo in modo molto più pericoloso di quelle («ordine e disciplina») affisse nel suo stabilimento di Chioggia dal bagnino nostalgico. Con la differenza che uno (il bagnino) è indagato, l'altro (Davigo) è un possibile candidato premier dei grillini.

Detto ciò, questo «giornalaccio» avrebbe qualche domanda da fare a Davigo che riguarda il passaggio della stessa intervista a Il Fatto in cui lui si lamenta di «nomine lottizzate, poco trasparenti, senza criteri e incomprensibili di magistrati da parte del Csm». Che ne sappia, nella pubblica amministrazione questo sospetto costituisce un indizio di reato sufficiente ad aprire una inchiesta, come è capitato ad esempio per le nomine fatte dal sindaco di Roma Virginia Raggi. E allora domanderei a Davigo: come mai non è corso in procura a denunciare queste gravi «opacità»? Perché da magistrato a conoscenza di una possibile notizia di reato non applica «l'obbligatorietà dell'azione penale» invocata in altri campi? Perché l'azione giudiziaria a tutela del rigore morale e procedurale (la famosa trasparenza) esercitata nei confronti della classe politica e delle sue lobby i giudici non la applicano su se stessi?

Insomma, ci può spiegare, dottor Davigo, perché i suoi colleghi possono fare nomine opache e noi tutti no, altrimenti ci arrestate? Mi perdoni, ma i «giornalacci» servono anche a fare queste domande e a pensare che se lei non passa dalle parole ai fatti in realtà è complice (moralmente e penalmente) dello schifo che finge di denunciare.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.