La caduta nell'abisso di Vadim, antieroe tra viltà, sesso e cocaina

Uno scritto sconosciuto, un romanzo che da un secolo fa discutere e una storia devastante e allucinante. Gog riporta in libreria Romanzo con cocaina

"Vorrei trattenere questa notte, sto così bene ed è tutto così chiaro in me, sono così spropositamente innamorato di questa vita che vorrei rallentare tutto, mordere a lungo l'adorazione di ogni secondo, ma niente, si ferma, e questa notte corre via, con irresistibile rapidità". Quando tra le fessure degli occhi di Vadim Maslennikov piomba l'alba ci sono solo "vuoto e pesantezza". Il mondo, là fuori, è immobile e pesante e nella stanza è rimasta solo malinconia. Il ricordo della notte appena bruciata in euforia e cocaina è una vergogna che gli schiaccia il petto. Eppure nemmeno questa repulsione per se stesso lo frena dal cercare tra le carte da gioco che alla rinfusa sono state abbandonate sul tavolo. Cerca qualche cristallo avanzato dalla sera prima. Invano. "Solo un astuto diavoletto, in un profondo e remoto scompartimento segreto della mia coscienza, lo steso che continua a splendere e non si spegne sotto lo spaventoso uragano dei sentimenti, solo questo astuto diavoletto mi dice che devo mettermi l'animo in pace, che non devo pensare alla cocaina, e soprattutto alla presenza qui nella stanza, e questo mi eccita ancora di più, mi tortura ancora più dolorosamente".

Mosca. È il 1915. La rivoluzione non si è ancora compiuta. Ma il terremoto politico che travolgerà la Russia non sarà che un'eco lontana per tutto il romanzo. Niente di più. Seguiamo Vadim tra i banchi del ginnasio, accanto a compagni di classe molto più ricchi e più bravi di lui, e nelle fredde e vacue notti in cerca del calore di una donna. Lo seguiamo, guardandolo con disprezzo, mentre insulta e umilia ferocemente la povera madre e depedra i risparmi della domestica per "pagare" l'amore di una donna sposata. Quando nel 1934 alla redazione parigina della rivista Čisla viene recapitato il manoscritto di Romanzo con cocaina, sul plico spedito da Istanbul campeggia solo la firma di M. Ageev. Niente di più. Il contenuto è sconvolgente, profondo e violento. Viene subito dato alle stampe, ma a puntate. Poi se ne perde le tracce. Almeno finché Lydia Chwetzer non ne recupera una copia sgualcita su una bancarella. Siamo all'inizio degli anni Ottanta del secolo scorso e Pierre Belfond decide di dargli una seconda vita e farlo arrivare nelle librerie. "Ero ben consapevole come quell'incubo fosse stato scritto da un genio", spiegherà qualche anno dopo. Nel 1984 valica già i confini francesi e arriva in Italia in due versioni, una edita da Mondadori e una da E/O.

La casa editrice Gog ha da poco riportato Romanzo con cocaina sugli scaffali delle librerie. E, nonostante sia passato quasi un secolo dalla prima stesura, l'identità di Ageev resta ancora oscura. Qualche anno dopo aver inviato il manoscritto alla redazione della rivista Čisla, lo stesso autore firmerà il racconto Un popolo tignoso, pubblicato dalla rivista Vstreči, prima di essere del tutto inghiottito nel nulla. Alcuni hanno fantasticato (a torto) sulla possibilità di uno pseudonimo del giovane Vladimir Nabokov. Secondo la Chweitzer, invece, si tratterebbe di un ebreo in fuga dalla Russia travolta dalla rivoluzione di Ottobre. La verità è che questo scritto resta un'incognita e che anche questo contribuisce ad aumentarne il fascino. Quello in cui Ageev ci trascina è un viaggio verso il basso, un'inesorabile caduta nell'abisso. "L'astuto diavoletto, lo stesso che (se solo lo si ascolta) avvelena col dubbio i sentimenti più gioiosi, e che alleggerisce la più terribile disperazione con la speranza, questo astuto diavoletto, che non crede in nulla, mi diceva: 'Tutte le tue parole sono teatro, tutto è solo teatro: non sei caduto nell'abisso, e se stai male vestiti e va' all'aria: qui non c'è più nulla da fare'".

Il peregrinare di Vadim è una progressiva autodistruzione. Nelle sue azioni non c'è mai possibilità di redenzione. Il suo male non è la cocaina. O meglio: non è solo la cocaina. Lui stesso è il male: lo è come figlio, come amico e come amante. E, mentre tutt'intorno Mosca imbianca sotto la neve che continua a cadere e da lontano giungono notizie frammentarie dei soldati al fronte, Vadim continua a dissolversi in se stesso. Perché, come spiega Ernesto Valerio nella postfazione, "Vadim è un maestro nel comprendere le cose, ma un pessimo allievo nell'interpretarle correttamente".

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