I versi postumi di Montale? Falsi Parola di un super pool di esperti

I versi postumi di Montale? Falsi Parola di un super pool di esperti

L'enigma del Diario postumo di Eugenio Montale dura da quasi trent'anni. E la domanda è: le poesie affidate all'amica Annalisa Cima, ispiratrice delle liriche, e pubblicate a partire dall'86, cinque anni dopo la morte del poeta, sono vere o false? La querelle sull'autenticità dell'opera non si è mai risolta, riaccendendosi di tanto in tanto con fiammate improvvise.

L'ultima arriva dall'Università di Bologna, dove Federico Condello, docente di Filologia classica, prova a chiudere la polemica in un paper documentatissimo, I filologi e gli angeli (Bonomia University Press). Sottotitolo: È di Eugenio Montale il «Diario postumo»? E la risposta è tranchant : «No». «Le poesie contenute nel Diario postumo non possono essere attribuite in alcun modo a Eugenio Montale, né dal punto di vista stilistico né grafologico», afferma al Giornale Condello, il quale assieme a un pool dell'Università di Bologna composto da filologi, matematici, informatici e linguisti specializzati nella caccia ai falsari, lavora sul contestato Diario da anni. I risultati delle indagini del team dell'Alma Mater saranno presentati martedì 11 novembre, alla Biblioteca dell'Archiginnasio dell'Ateneo bolognese, in un convegno cui parteciperanno esperti dell'opera di Montale, italianisti, linguisti, grafologi, da Maria Antonietta Grignani dell'Università di Pavia, a Paola Italia della Sapienza. È stata invitata (ma non andrà) anche Annalisa Cima, ultima musa del poeta, 73 anni, che da tempo vive presso Lugano, dove tiene gli autografi delle poesie incriminate (e relative buste, se mai esistono) negate da sempre agli studiosi, costretti a lavorare solo su facsimile. Sarà la fine del giallo filologico?

Le poesie lasciate da Montale alla Cima furono pubblicate a partire dal quinto anno dopo la morte del poeta, avvenuta nell'81, poi l'intera raccolta uscì da Mondadori nel 1996, in occasione del centenario della nascita del premio Nobel. Se ne parlò moltissimo, con toni accesi, fra il '97 e il '98, quando il mondo letterario italiano si divise in due. Da una parte, schierati con la Cima, Maria Corti, Rosanna Bettarini e Angelo Marchese. Dall'altra, con fortissimi dubbi, Giovanni Raboni, il primo ad avere sospetti, e soprattutto Dante Isella, il quale giudicò apocrifa la raccolta. Ci furono accuse, liti, rotture di amicizia (Isella tolse il saluto a Vanni Scheiwiller, che considerava vere le poesie). E, a quel punto, l'accademia reagì con tutta l'ipocrisia di cui è capace. Prese una posizione equidistante dalle due fazioni e il risultato fu che nel silenzio generale un testo dubbio come il Diario postumo finì per esser canonizzato: pubblicato da Mondadori, fu diffuso, tradotto e considerato anche nei manuali scolastici l'ottavo libro di versi di Montale. «Noi vogliamo dimostrare che è un falso, un lavoro di collage con materiale di Montale e altro non montaliano, un montaggio frutto di mani diverse». Ma di chi? Della Cima? O di altri?

Aveva ragione Giovanni Raboni, quando quasi vent'anni fa si chiedeva, retoricamente: «Finirà mai questa storia?».

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