Naufragar c'è dolce in questo Mari

Esce Roderick Duddle, l'ultimo romanzo di Michele Mari

L'eterno ritorno di Charles Dickens: «dickensiana», per esempio, è l'ultima opera di Donna Tartt (anche Michiko Kakutani, la critichessa del New York Times, l'ha definita così) sebbene il titolo ci faccia pensare più a una poesia di Giovanni Pascoli e mille pagine per Il cardellino ti inducono a immaginare quale mole avrebbe raggiunto il romanzo se si fosse intitolato Il condor o Il tacchino, magari pure ripieno.

Comunque sia dickensiano è un aggettivo ricorrente, ancora più di balzacchiano, e d'altra parte timbrò il cartellino (non il cardellino) perfino Stephen King: non è forse dickensiano It? Frullato nell'horror, ci mancherebbe. E dickensianissimo è Roderick Duddle, l'ultimo romanzo di Michele Mari (pubblicato da Einaudi), e subito, fin dal titolo, con il nome del bambino protagonista, figlio di una prostituta e braccato ovunque a causa di un prezioso medaglione che fa gola a tanti per via di una grossa eredità.

Tuttavia, attenzione, per Mari vale un discorso diverso: è forse, dopo l'insuperabile Alberto Arbasino, l'autore italiano più postmoderno, nel senso che la trama di molti suoi libri è spesso tessuta della riflessione su altri libri. Così qui il linguaggio stesso è una parodia del linguaggio ottocentesco, con tanto di numerosi appelli al lettore («Mio paziente lettore, che mi hai seguito passo passo fin qui: immagino che sarai stanco, e desideroso di sapere come questa storia va a finire») e si può leggere questa storia sia come un discorso scanzonato sul romanzo dell'Ottocento che come un romanzo d'appendice vero e proprio, un inedito di Dickens. Ma anche di Mark Twain, di Laurence Sterne, di Robert Louis Stevenson o di Carlo Collodi.

Insomma, Michele Mari è uno scrittore elegante che gioca in modo sofisticato con la letteratura, ma non solo. Quando si parla di lui è d'obbligo ricordare una causa intentatagli da un noto giornalista culturale del Corriere della Sera che lo stroncò un maniera superficiale, Mari andò a cercarlo in redazione e gli dette una schiaffo. I critici disapprovano il gesto, hanno paura succeda a loro, gli scrittori ridacchiano e, a parte Piperno e Faletti, molti vorrebbero ancora oggi stringere quella mano, metterla in una teca, venerarla. Che poi, se vogliamo, era una citazione perfino quella sberla, di Gabriele D'Annunzio più che di Dickens. E quindi, che dire? Io ogni volta che esce un suo libro lo leggo di corsa, perché naufragar m'è dolce in questo Mari.

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