Le dimissioni di Scajola e quei punti oscuri dell’inchiesta di Perugia

Le dimissioni di Scajola  e quei punti oscuri dell’inchiesta di Perugia

di Claudio Papini

Per certi tratti quanto sta accadendo al ministro Claudio Scajola sembra una recita secondo un copione già scritto (segreti d'ufficio diffusi sui giornali dalla procura di turno, campagna mediatica contro il ministro, ecc.). Tuttavia in questo caso per altri versi emerge una certa cautela da parte degli stessi inquirenti: infatti il Ministro non è indagato ma è testimone. Le dichiarazioni ripetute dell'inquisito permettono di configurare, almeno in via di legittima ipotesi, una parte oscura che potrebbe stare dietro la vicenda. L'Italia, lo sappiamo, per più versi non cambia ed esistono i cosiddetti «corsi e ricorsi» (che poco hanno a che fare con le nobili, intelligenti e suggestive teorie di G.B. Vico). L'ipotesi in questione è quella secondo cui l'intraprendenza del ministro Scajola in fatto di costruzioni di centrali nucleari starebbe dando fastidio al noto «movimento o partito del petrolio», cioè alla lobby formidabile delle compagnie petrolifere che operano nel nostro paese (che per loro e per la gioia delle case automobilistiche è sempre stato una sorta di Eldorado). Non alzo qui la voce contro gli ecologisti; ormai il vento è cambiato e le maestrine e i maestrini dalle penne verdi potranno realizzare le debite full immersions loro care nella natura senza ulteriormente affliggere una penisola che deve cavarsela nelle difficili acque della globalizzazione. Preoccupa invece la lobby suddetta che con le buone e con le cattive è sempre stata una fortissima remora per lo sviluppo di un settore nel quale la tecnologia italiana avrebbe potuto realizzare cospicui successi (sul proprio territorio ma anche su quelli degli altri, accogliendo ed esportando tecnologie sicure). Sul crollo della genovesissima Ansaldo non è il caso di spendere parole: è un dramma noto alla città e ancora sotto gli occhi di tutti. Circa le potentissime manfrine attorno all'«oro nero» fa ancora testo il celebre romanzo (incompiuto) di P.P. Pasolini (guarda un po’!) intitolato «Petrolio». Se c'è motivo di preoccupazione per il Ministro e, di riflesso, per il Governo, è bene documentarsi sul passato (ancora prossimo) in materia. Naturalmente cercando di intendere bene le differenze di contesto ma anche non nascondendosi il nucleo essenziale della questione. Ecco una cronaca ridotta all'essenziale di un qualcosa che potrebbe riguardarci tutt'oggi e nell'avvenire incombente.
31 agosto 1963. Il ministro dell'industria Togni nomina una commissione di indagine sul Cnen (Comitato nazionale per l'energia nucleare) e ne sospende il segretario, il prof. Felice Ippolito, sulla base di «particolari rilievi sollevati di recente dalla stampa». La campagna contro il Cnen era stata aperta il 9 da Saragat che aveva giudicato un «pazzesco spreco di denaro pubblico» la somma investita per la costruzione di centrali nucleari, affermando che il Cnen era guidato da incompetenti e da irresponsabili. Nei giorni successivi si era chiarito che l'obbiettivo di Saragat era il segretario Ippolito, il quale aveva potenziato il Cnen e aveva sostenuto un piano per la costruzione di centrali nucleari che a suo avviso avrebbero garantito l'autosufficienza energetica del nostro paese. Il 4 settembre Togni sostituirà Ippolito con il ragioniere Ernesto Citterio, capo della divisione amministrativa del Cnen.
3 marzo 1964. Felice Ippolito, ex-segretario del Cnen, è arrestato con l'accusa di peculato, interesse privato in atti di ufficio, falso e abuso di funzioni.
29 ottobre 1964. L'ex-segretario del Cnen Felice Ippolito è condannato dopo un processo di cinque mesi a undici anni di carcere e 7 milioni di multa per falso, peculato e interesse privato in atti di ufficio; il padre Girolamo, docente universitario, è condannato a due anni e sei mesi; sono negate le attenuanti. Nel corso del dibattimento le accuse nei confronti di Ippolito erano stare fortemente ridimensionate e ridotte a quelle di eccesso di potere all'interno del Cnen. In difesa del prof. Ippolito avevano testimoniato durante il dibattimento i fisici Edoardo Amaldi e Vincenzo Cagliati. Una lettera di solidarietà è firmata da numerosi fisici, mentre Ugo La Malfa formula aspre critiche al processo per non avere imputato alle autorità politiche le loro responsabilità istituzionali. Nel processo di appello, che si concluderà il 4 febbraio 1966, la pena nei confronti di Ippolito sarà ridotta a cinque anni e tre mesi (un anno sarà condonato), mentre tutti gli altri imputati saranno prosciolti. Avendo scontato più di metà della pena, il 23 maggio 1966 Ippolito sarà scarcerato. Dopo l'arresto e il processo all'ex-segretario del Cnen, l'Italia non svolgerà più una politica autonoma in campo energetico e, in particolare, sarà bloccato lo sviluppo della produzione dell'energia nucleare. (Diario d'Italia (1815-1994), Edizioni De Agostini Compact/Il Giornale, Milano, 1994)
Ecco una pagina autentica della storia del dopoguerra, peccato che non si sia finora dedicata ad essa un film d'autore o una fiction. Alcune domande sono ovvie: chi era nell'ambito delle istituzioni a libro paga delle compagnie petrolifere? L'interesse di queste ultime con quali Stati europei ed extraeuropei coincideva? Vi è un rapporto preciso (oppure no) fra la battaglia contro Felice Ippolito e il Cnen e l'elezione il 28 dicembre del 1964 di Giuseppe Saragat alla presidenza della Repubblica? Non dimentichiamo che quest'ultimo chiese espressamente la convergenza sul suo nome «dei voti di tutti i partiti democratici e antifascisti» dando in questo modo soddisfazione al Pci che esigeva una richiesta esplicita dei propri voti. Senza i suffragi comunisti, infatti Saragat, non avrebbe raggiunto il quorum, per la persistenza di un numero consistente di dissidenti nella Dc.

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