E i tre aspiranti leader dimenticano Cipputi

RomaSe n’è accorta anche l’Unità, che ieri titolava così: «Novanta minuti di dibattito ma per Cipputi non c’è spazio, tute blu assenti».
Questione operaia, rottura contrattuale dei metalmeccanici tra la Fiom Cgil e le altre organizzazioni, tensioni sindacali: tutti argomenti di grande attualità, ma neppure sfiorati dai tre candidati alla guida del principale partito di centrosinistra, durante il loro confronto tv di venerdì.
Difficile che sia un caso: per organizzare l’evento ci sono volute settimane di riunioni e trattative tra le diverse mozioni, e si è discusso anche di quali temi andassero affrontati nelle dodici domande. Evidentemente si è preferito evitare una questione spinosa, su cui il Pd non ha una sola voce e che non sa come affrontare, perchè le divisioni tra i sindacati attraversano direttamente e dolorosamente.
E infatti i pochi esponenti Pd che hanno parlato della spaccatura sul contratto dei metalmeccanici lo hanno fatto con toni molto diversi: da quelli entusiastici dell’imprenditore-deputato Massimo Calearo («Un risultato importante, le parti sociali dimostrano di aver compreso che serve collaborazione per superare la crisi») a quelli duri del parlamentare cgiellino Paolo Nerozzi («Un pessimo segnale per le relazioni sociali e sindacali di questo Paese»). Quanto a Bersani, butta tutto in conto a Berlusconi: «Questo governo ha lavorato per la divisione e ci è riuscito».
Basta guardare la geografia interna alle correnti per capire perché nessuno dei candidati può sbilanciarsi più di tanto sul tema: Guglielmo Epifani e la maggioranza del gruppo dirigente Cgil sta con Pierluigi Bersani, e molti di loro sono candidati nelle sue liste. Compreso un esponente Fiom come Fausto Durante. Ma con Bersani sta anche Enrico Letta, ad esempio, che è molto vicino alla Cisl e che con la Cgil ha ingaggiato spesso duelli aperti.
Con Dario Franceschini sta buona parte della Cisl (e molti suoi ex dirigenti, da Franco Marini a Sergio D’Antoni a Tiziano Treu), ma anche un pezzo della sinistra Cgil, il cui punto di riferimento è la Funzione pubblica guidata da Carlo Podda. Per non parlare dell’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano, candidato segretario in Piemonte, laburista convinto e di provenienza Cgil anche lui. Il quale non nasconde che «il fatto che la questione sia rimasta fuori dal dibattito tra candidati è un segno di chiara difficoltà». E aggiunge Damiano: «Una perdita di contatto tra il centrosinistra e il mondo del lavoro dipendente privato c’è. Anche se è una crisi che è andata e venuta negli anni scorsi, a partire dal ’94. L’anno della scesa in campo di Berlusconi fu la rivelazione che qualcosa era cambiato: basti pensare alla simbolica sconfitta del Pds nel collegio di Mirafiori. Ma quando siamo capaci di proposte convincenti e di riforme incisive, quel rapporto riusciamo a recuperarlo».
Intanto, Franceschini ieri si è occupato di recuperare il rapporto con i padroni degli operai: è andato a Thiene, in partibus infidelium, Veneto profondo, a pronunciare il suo «discorso agli imprenditori», tappa della campagna congressuale. E ha chiesto scusa, a nome della sinistra: «Noi abbiamo continuato a usare colpevolemente lo schema ideologico di una stagione precedente. E abbiamo messo gli imprenditori dall’altra parte della barricata, come fossero avversari. Abbiamo sbagliato».
Una mossa giusta, dice l’ex ministro ombra alle Infrastrutture Andrea Martella: «È il tentativo di rimettere in campo l’intuizione di Veltroni: un partito trasversale e post-identitario che sa parlare agli operai, ma anche ai loro datori di lavoro. E che fonda un nuovo patto sociale». Col mondo imprenditoriale la sinistra ha molto da ricucire: «È vero che in passato le nostre politiche di tassazione e le nostre mancate risposte in termini di infrastrutture e di efficienza amministrativa ci hanno fatto vedere come avversari». Ma anche con gli operai c’è un bel da fare: «Soprattutto al Nord ci hanno voltato le spalle, perché hanno avuto risposte più efficienti da Berlusconi e soprattutto dalla Lega». Ma l’epoca del «partito degli operai» è finita, dice Martella: «Nell’Italia del capitalismo molecolare di oggi, dove il singolo operaio aspira a diventare piccolo imprenditore, non ha più senso».
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