E Zunino diceva: «Tra 200 anni voglio che si parli ancora di me»

Travolto da una montagna di debiti, sterilizzato nella sua Risanamento, indagato dalla Procura per bancarotta, Luigi Zunino nelle ultime settimane ha visto sgretolarsi un’immagine che, nel variopinto panorama degli immobiliaristi, era sembrata un esempio di aplomb e di visioni lungimiranti. Altro che gli azzardi e le spericolatezze di Stefano Ricucci e di Danilo Coppola, entrambi finiti, per qualche tempo, nelle patrie galere. Li accomunava il mattone; e la crisi del mattone li accomuna ora - pur con una tempistica diversa - nella caduta. Zunino, dei tre, era il meno «furbetto». Impegnato, sì, ad arricchirsi ma, a differenza degli altri due, senza la frenesia del parvenu, senza l’avidità dello scalatore. Non si è lanciato in «concerti» bancari in cui i suonatori sono rimasti suonati; la stessa quota acquistata in Mediobanca aveva un peso specifico diverso da quella comprata da Coppola. Ricucci e Coppola uomini di trading, Zunino «sviluppatore» di città: il braccio operativo degli urbanisti. Un sognatore, nelle nostre metropoli degradate, conservatrici, mal amministrate. A Milano voleva dar motore con nuovi quartieri - Santa Giulia, Sesto-Falck - nell’intento (non disinteressato, ovviamente) di spingere verso il policentrismo una città monocentrica.
Quello che ha accomunato gli altri immobiliaristi - comprendendo parzialmente anche Giuseppe Statuto - è stata la stagione torrida delle scalate bancarie. Dalla Bnl Ricucci, Coppola e, appunto, Statuto sono usciti con centinaia di milioni di plusvalenze: realizzate quasi dal nulla, visto che il denaro investito veniva prestato dalle banche contro il pegno delle stesse azioni. Ricucci era a sua volta reduce dalle plusvalenze di Telecom, come azionista della Bell, la cordata bresciana che seppe rivendere a caro prezzo a Tronchetti Provera. Ricucci e Coppola poi sperarono di replicare il modello Bnl nella scalata ad Antonveneta, ma andò diversamente. Per Ricucci fu poi catastrofica la sfida ai cosiddetti poteri forti: la scalata al Corriere, con la quale intendeva esplicitamente spaccare i patti di controllo, fu la sua autentica fine. Si riuscì a ricostruire il gioco di acquisti e vendite fatti grazie alle notizie provocate: l’accusa fu quella di aggiotaggio. Coppola si accontentò di acquistare, a caro prezzo, una quota in un gruppo editoriale specializzato in giornali finanziari: la cui sede - coincidenze! - era a poche decine di metri dal complesso di San Vittore che lo accolse proprio in quel periodo.
Statuto, da parte sua, seppe starsene alla larga sia dagli appetiti finanziari, sia dalla ribalta, che spesso è un boomerang: è un curioso caso del destino, infatti, che le foto scattate nei momenti del successo vadano a illustrare le notizie di cronaca giudiziaria. No, Statuto, uscito con 200 milioni di plusvalenza dall’avventura Bnl, ha saputo amministrarsi con parsimonia: possiede un vasto patrimonio, soprattutto in alberghi di prestigio, e non è chiacchierato.
Anche Zunino, prima che si scoprisse la fragilità del suo castello - 35 euro prestati per ogni euro conferito - emanava dai suoi gessati grigi un’aura di rigore e serietà. Ma anche lui ha peccato: quanto meno d’orgoglio. Fa specie rileggere oggi alcune sue dichiarazioni dei momenti d’oro. Quel senso d’immortalità: «Potevo vendere Santa Giulia, fare supermercati e centri commerciali: avevo la fila di acquirenti. Ho voluto investire per lasciare il segno, per creare qualcosa di nuovo, di diverso. Perché tra 200 anni si parli ancora di me»; oppure quel tono troppo sicuro: «La formula del successo? Nessun segreto: euro e tassi bassi. Il denaro costa il 3%, il mattone rende tra il 7 e l’8%. In più mutui a lungo termine e un sottostante certo e concreto, com’è l’immobile». Sono cose che si pagano.

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