Se il primo choc cinese ha tagliato le gambe dell'economia occidentale all'alba del nuovo millennio, quello che si sta concretizzando adesso, e che alcuni esperti hanno già ribattezzato come “secondo choc cinese”, potrebbe definitivamente tagliare la testa a un intero sistema produttivo. I dazi di Donald Trump e le contromisure di Bruxelles hanno arginato il flusso di merci Made in China a basso costo diretto verso Stati Uniti ed Europa. Verissimo. Nessuno è tuttavia riuscito a bloccare l'export di prodotti hi-tech e avanzati - come auto elettriche, pannelli solari e dispositivi tecnologici - causa ultima della sofferenza delle fabbriche europee. Sembra quasi un paradosso ma, nonostante misure protettive e barriere commerciali sempre più alte, Pechino sta continuando a conquistare rilevanti quote di mercato in tutto il mondo. E non più nei settori a basso valore aggiunto, come in passato, ma in quelli maggiormente rilevanti per il futuro dominio dell'economia.
Il secondo choc cinese: che cos'è e come è nato
Che cosa sta succedendo? Lo ha spiegato alla perfezione un'attenta analisi pubblicata dalla società d'investimento statunitense KKR, secondo la quale l'attuale boom delle esportazioni cinesi ha avuto origine dalla risposta di Pechino al crollo, avvenuto alcuni anni fa, della bolla immobiliare che ha cancellato 10 trilioni di dollari di ricchezza delle famiglie d'oltre Muraglia.
A partire dal 2020, le autorità del Dragone hanno investito in ulteriore capacità produttiva per compensare la crisi del Real Estate - a lungo principale motore di crescita nazionale - e per sviluppare industrie avanzate come i veicoli elettrici, le batterie agli ioni di litio e l'energia solare. Arriviamo al problema: tutte queste fabbriche aggiuntive producono più auto, schermi piatti e macchinari di quanto i consumatori cinesi possano permettersi.
Il risultato? Per mantenere operativi milioni di operai e addetti, i produttori cinesi si stanno dunque rivolgendo ai mercati esteri in maniera molto aggressiva. Basta dare un'occhiata ai dati: le esportazioni cinesi nel primo semestre del 2026 sono aumentate del 18% su base annua. Insomma, la capacità produttiva della Cina è schizzata alle stelle ma senza essere accompagnata da un'adeguata domanda interna.
Un problema per l'economia occidentale
Torniamo nei primi anni Duemila. Il primo choc cinese si è concretizzato in seguito all'ingresso di Pechino nell'Organizzazione Mondiale del Commercio avvenuto nel 2001. Questo avrebbe presto comportato, più o meno indirettamente, la perdita di 2,4 milioni di posti di lavoro nel settore manifatturiero statunitense nell'arco del decennio successivo e gettato le basi per le pulsioni populiste. Un cospicuo numero di consumatori occidentali sarebbe comunque stato avvantaggiato dall'accesso a beni cinesi low cost e dal conseguente contenimento dell'inflazione.
Arriviamo quindi al secondo choc cinese, caratterizzato sempre da prodotti a basso costo che soppiantano i rivali, ma non più calzature, abbigliamento e pneumatici, bensì articoli ad alta tecnologia come veicoli elettrici e semiconduttori.
C'è un altro aspetto da considerare: contrariamente a quanto accadeva all'inizio degli anni 2000, ha evidenziato il Washington Post, quando l'aumento delle esportazioni cinesi era accompagnato da un incremento delle importazioni, di recente la Cina sta riducendo la sua dipendenza dai Paesi stranieri (pur continuando a contare su altri Stati per garantire la sopravvivenza delle proprie industrie manifatturiere).
Un problema per l'Europa (più che per gli Usa)
"L'attuale modello economico cinese si basa sull'esportazione per risolvere i problemi economici. È un modello insostenibile che danneggia non solo la Cina, ma il mondo intero. La Cina deve cambiare", ha dichiarato il Segretario del Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent.
L'impatto dello choc cinese 2.0 rischia però di avere effetti più devastanti in Europa che non negli Usa. Washington ha infatti subito il peso maggiore del primo choc cinese, ma per il momento ha attutito le conseguenze del secondo grazie ai dazi e a un migliore contesto economico rispetto a quello europeo. Non è un caso che le fabbriche dell'Ue stiano soffrendo a causa del massiccio afflusso di automobili e prodotti tecnologici Made in China, ed è per questo che Bruxelles sta ragionando su come bloccare l'emorragia.
Nel frattempo il crollo del mercato immobiliare cinese continua a gettare un'ombra sulla crescita economica del gigante asiatico.
Secondo il Center on China's Economy and Institutions dell'Università di Stanford, l'immobiliare d'oltre Muraglia rappresenta quasi il 70% del patrimonio delle famiglie cinesi (il doppio che negli Stati Uniti). A sei anni dallo scoppio della bolla, con i prezzi delle case ancora in calo, molti consumatori cinesi rimangono restii a spendere...
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