Corre il prezzo della benzina e del diesel, anche di più di quello del petrolio che dopo aver sfondato i 100 dollari al barile ieri ha ritracciato a quota 96. Una dinamica che ha alimentato apiù riprese anche sospetti di speculazione -che non si possono mai escludere a priori - ma che hanno alla base una motivazione. Mentre il petrolio, avendo un mercato diffuso su tutto il pianeta, in questa fase resta comunque re peribile, i prodotti affetti da una carenza maggiore sono benzina e diesel. Questi devono il loro prezzo alla materia prima (il petrolio), ma non solo a quella: a incidere sulla quotazione finale sono anche i rialzi del costo del gas, che al Ttf di Amsterdam ha raggiunto i 62 euro al megawattora con un rialzo mensile del 53%.Il metano incide indirettamente sul costo alla pompa, dal momento che viene utilizzato per far funzionare gli impianti che trasformano il petrolio in gasolio o benzina.
La crisi è riconducibile non solo alla chiusura dello Stretto di Hormuz, ma si è amplificata nettamente dopo che gli Houthi, milizia filo-iraniana, ha cominciato a interferire sul transito delle petroliere nel Mar Rosso. Gli obiettivi sono le petroliere saudite nello stretto di Bab el-Mandeb, al largo dello Yemen. Da questo canale, così come da Hormuz, passa un’enorme quantità non solo di greggio, ma anche di prodotti raffinati: da questi tratti di mare nel 2025 passavano oltre 8 milioni di barili di prodotti raffinati al giorno. Se non altro perché sono tra le vie predilette utilizzate dall’Arabia Saudita, uno dei principali produttori mondiali di benzina e diesel. Bloccare o ritardare le spedizioni aggrava la scarsità di prodotto e porta peraltro i distributori ad anticipare i rialzi dei prezzi alla pompa, per cercare di coprirsi dai rincari futuri. Sul conto finale, poi, incidono anche gli extra-costi di viaggio delle petroliere, chiamate a trovare percorsi alternativi molto più lunghi e dovendo affrontare costi di assicurazioni più elevati: secondo Reuters, il costo di un viaggio sarebbe più che raddoppiato passando da 1,26 milioni di dollari a 2,87 milioni.
Sullo sfondo, invece, c’è l’incapacità di raffinazione dell’Europa.Il Vecchio Continente negli ultimi vent’anni ha dismesso molte sue raffinerie sacrificando il suo surplus di produzione e diventando quindi importatrice netta di diesel (con l’eccezione dell’Italia e di pochi altri Paesi), significa che è dipendente dall’estero per soddisfare la propria domanda interna. Mentre èpiù o meno auto-sufficiente sulla benzina, anche per questo la verde in questa fase costa sensibilmente di meno del gasolio. Dopo l’inizio della guerra in Ucraina, nel 2022, l’import che un tempo fluiva dalla Russia è stato via via sostituito in larga misura dai Paesi del Golfo, contribuendo a generare la situazione attuale.
