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Economia e finanza

Il boomerang dei dazi colpisce Donald Trump: costretto a restituire 100 miliardi

Dalla Cina arrivano controlli più rigidi sulle esportazioni di droni e tecnologie statunitensi

epaselect epa13152898 US President Donald Trump dances as he prepares to leave the podium after speaking on the economy at the Red Rock Casino in Las Vegas, Nevada, USA, 05 August 2026. Trump spoke about working-class tax relief to reduce the financial burden on working families. EPA/BIZUAYEHU TESFAYE

«Per decenni il nostro Paese è stato violentato, ma da oggi renderemo gli Stati Uniti un Paese ricco», queste le parole di Donald Trump il 2 aprile del 2025, durante il Liberation Day, quando annunciò una valanga di dazi. Doveva essere un momento di rinascita e l’arma vincente della politica commerciale statunitense. Doveva appunto. Ma la realtà è stata ben diversa. Se l’opposizione dei Paesi colpiti aveva lasciato il tycoon indifferente, quella intestina ha imposto uno stop: per la Corte Suprema Usa Trump aveva usato poteri emergenziali per imporre i dazi e questo era inaccettabile.

La decisione ha avuto due effetti diretti: far decadere da subito le tariffe e aprire ai Paesi colpiti la possibilità di chiedere il rimborso dei dazi versati. Secondo il Financial Times i conti sono da capogiro: 165 miliardi di dollari raccolti in pochi mesi e, ora possiamo dirlo, gran parte di questi già restituiti. In totale sono stati chiesti rimborsi per 128 miliardi e circa 100 miliardi sono già stati materialmente restituiti, che corrispondono circa al 60% del totale.

É doveroso sottolineare che la Corte non ha dichiarato illegali i dazi in generale, ma il modo in cui questi sono stati imposti. E, ovviamente, Trump non si è perso d’animo, ma ha cercato una strada differente per imporre nuove tariffe. Strada che ha trovato e su cui sta camminando da qualche mese ormai. Così, ricorrendo a norme diverse, come la Section 301 del Trade Act, ha imposto nuovi dazi del 10-12,5% contro decine di partner, tra cui il Regno Unito, la Cina e l’Unione Europea, accusati - questa volta - di non essere riusciti ad affrontare adeguatamente il problema del lavoro forzato. Misure contestate e impugnate tanto dai Paesi soggetti, quanto da 25 Stati americani, che considerano la lotta al lavoro forzato solo un pretesto per riproporre i dazi bocciati.

Ed è proprio in questo clima di tensioni che arriva la contromossa di Pechino. Un portavoce del ministero del Commercio cinese ha spiegato che le misure statunitensi «danneggiano gravemente i legittimi diritti e interessi della Cina» per cui Pechino ha deciso, a partire da ieri, di «adottare le contromisure necessarie, a cominciare dal rafforzamento dei controlli sulle esportazioni di droni e dei loro componenti e tecnologie chiave verso gli Stati Uniti». L’obiettivo è chiaro: salvaguardare la sicurezza nazionale. Insomma, lo stesso motto che Trump spinge negli Stati Uniti.

La guerra dei dazi sembra ancora solo all’inizio, bisognerà solo aspettare e capire se anche questa seconda offensiva trumpiana si trasformerà in un boomerang per gli States.

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