«Per decenni il nostro Paese è stato violentato, ma da oggi renderemo gli Stati Uniti un Paese ricco», queste le parole di Donald Trump il 2 aprile del 2025, durante il Liberation Day, quando annunciò una valanga di dazi. Doveva essere un momento di rinascita e l’arma vincente della politica commerciale statunitense. Doveva appunto. Ma la realtà è stata ben diversa. Se l’opposizione dei Paesi colpiti aveva lasciato il tycoon indifferente, quella intestina ha imposto uno stop: per la Corte Suprema Usa Trump aveva usato poteri emergenziali per imporre i dazi e questo era inaccettabile.
La decisione ha avuto due effetti diretti: far decadere da subito le tariffe e aprire ai Paesi colpiti la possibilità di chiedere il rimborso dei dazi versati. Secondo il Financial Times i conti sono da capogiro: 165 miliardi di dollari raccolti in pochi mesi e, ora possiamo dirlo, gran parte di questi già restituiti. In totale sono stati chiesti rimborsi per 128 miliardi e circa 100 miliardi sono già stati materialmente restituiti, che corrispondono circa al 60% del totale.
É doveroso sottolineare che la Corte non ha dichiarato illegali i dazi in generale, ma il modo in cui questi sono stati imposti. E, ovviamente, Trump non si è perso d’animo, ma ha cercato una strada differente per imporre nuove tariffe. Strada che ha trovato e su cui sta camminando da qualche mese ormai. Così, ricorrendo a norme diverse, come la Section 301 del Trade Act, ha imposto nuovi dazi del 10-12,5% contro decine di partner, tra cui il Regno Unito, la Cina e l’Unione Europea, accusati - questa volta - di non essere riusciti ad affrontare adeguatamente il problema del lavoro forzato. Misure contestate e impugnate tanto dai Paesi soggetti, quanto da 25 Stati americani, che considerano la lotta al lavoro forzato solo un pretesto per riproporre i dazi bocciati.
Ed è proprio in questo clima di tensioni che arriva la contromossa di Pechino. Un portavoce del ministero del Commercio cinese ha spiegato che le misure statunitensi «danneggiano gravemente i legittimi diritti e interessi della Cina» per cui Pechino ha deciso, a partire da ieri, di «adottare le contromisure necessarie, a cominciare dal rafforzamento dei controlli sulle esportazioni di droni e dei loro componenti e tecnologie chiave verso gli Stati Uniti». L’obiettivo è chiaro: salvaguardare la sicurezza nazionale. Insomma, lo stesso motto che Trump spinge negli Stati Uniti.
La guerra dei dazi sembra ancora solo all’inizio, bisognerà solo aspettare e capire se anche questa seconda offensiva trumpiana si trasformerà in un boomerang per gli States.
