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Europa

L’Euroflop e quel Trump Richelieu

Donald Trump, che i nostri salotti dipingono come un pazzo e invece la sa ben più lunga, appare come un ragioniere della realtà, un Richelieu in confronto ai maranza di Bruxelles, tutti elettrico e distintivo

President Donald Trump boards Air Force One at Morristown Airport, Sunday, Aug. 9, 2026, in Morristown, N.J. (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson)

Il re è nudo, e stavolta non c’è sarto europeo che possa cucirgli un vestito di ipocrisia abbastanza lungo. Il nuovo muro di Berlino non è di cemento, è fatto di cartapesta e fallimento. Per anni, Parigi, Madrid e Berlino hanno recitato la commedia dell’accoglienza illuminata. L’Italia di Giorgia Meloni ha rotto il giocattolo: chiudendo i confini, ha costretto il «sistema» a guardarsi allo specchio. E cosa ha visto? Il vuoto. Pedro Sánchez, il paladino del buonismo a casa degli altri, da Lanzarote lancia strali contro Roma, ma solo perché ha scoperto che, senza la diga italiana, la marea bussa ora alla sua porta. Ed ecco che il socialista si trasforma in guardiano, alzando barriere dai fondali delle Canarie dove fa snorkeling. La Germania di Merz fa pure peggio: inchiodata alla falsa maggioranza di sinistra, costringe il Ppe a rialzare il muro. Bene per Afd che si ritrova la campagna elettorale pagata da Ursula e soci. La gente normale ha capito che il business miliardario dell’immigrazione è sotto gli occhi di tutti. E Donald Trump, che i nostri salotti dipingono come un pazzo e invece la sa ben più lunga di loro, al confronto appare come un ragioniere della realtà, un Richelieu in confronto ai maranza di Bruxelles, tutti elettrico e distintivo. Mentre lui blindava i confini, le nostre élite giocavano a fare i moralisti. Oggi, il loro mandato è tecnicamente scaduto e politicamente esausto. La costruzione di questo nuovo, invisibile muro non è sovranismo, è l’estrema difesa di chi, terminata la pacchia, si barrica nei palazzi per non essere travolto dalle macerie delle proprie bugie. Visto che balle non si può dire perché siamo tutti politically correct.

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