La fabbrica come laboratorio del futuro

Anno 1861. Campi, pellagra, risaie, mezzadri, malaria, fattorie, cottimanti e braccianti. Una distesa verde con città che somigliano a paesoni, rare le strade degne di questo nome, rarissime le ferrovie. Fabbriche e industrie? Aghi nel pagliaio di un Paese agricolo, spesso caratterizzate dalla forma primitiva (per quanto a volte di grande qualità) della manifattura o della filanda. Un abbozzo di meccanizzazione faceva capolino nei pochi cotonifici dell’Alto Milanese sotto la spinta di famiglie come i Crespi. Le ferriere come le Rubini di Dongo erano rare antesignane di un sogno di metallo ancora lontano dall’essere forgiato. Questa la situazione al momento della fondazione del nostro Paese. Sessant’anni dopo le cose erano già molto cambiate. All’inizio degli anni ’20 del ’900 l’Italia era sempre contadina, ma lo sforzo bellico aveva contribuito a creare le basi di un sistema industriale. Grandi imprese al nord che avevano rapidamente assunto la forma del «cartello» e legate spesso alla committenza statale, un ritardo a sud che sarebbe diventato via via più marcato. Soltanto dopo i disastri di un’altra guerra l’Italia diventa una potenza industriale. È il boom, il sogno della ricchezza per tutti. Tute blu e colletti bianchi incarnano due volti della stessa medaglia. E le fabbriche, dai giganteschi falansteri di Milano e Torino ai piccoli capannoni del nord-est, non producono solo beni di consumo, ma anche un certo modo collettivo di essere italiani, un senso di appartenenza, non alieno dal conflitto, che ha caratterizzato la nostra società.

Ora a cento 150 anni dall’unità, mentre la mostra torinese «Fare gli Italiani» (dal 17 marzo al 20 novembre) dedicherà grande spazio proprio al tema della fabbrica, il modo di produrre è cambiato. Cambieranno anche gli italiani?

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