Sono passati ventitré anni dal pomeriggio di novembre in cui Asle è scomparso e, da un certo punto di vista, per Signe tutto questo tempo sembra non essere passato, anche se dall'altro è passato eccome, poiché la sua vita è stravolta: Asle non c'è più eppure è sempre stato lì, esattamente come quel giorno, quando un attimo prima stava guardando fuori dalla finestra, immerso nel buio dell'autunno sul Fiordo e poi, un attimo dopo, non c'era più. Per sempre. E ora Signe "guarda tutti quegli oggetti a lei così familiari, il vecchio tavolo, la stufa, la cassetta per la legna, i pannelli ormai vetusti che ricoprono le pareti, la grande finestra che dà sul Fiordo, guarda senza vedere ed è tutto come prima, non è cambiato nulla, eppure tutto è diverso, pensa, perché da quando lui è scomparso, da quando non c'è più, niente è più lo stesso, lei è lì, senza esserci, i giorni vanno e vengono, le notti vanno e vengono e lei li segue, con movimenti lenti, senza permettere quasi che nulla lasci il segno o abbia un qualche effetto".
Ci vuole la maestria di Jon Fosse per incidere il dolore nelle parole, un dolore che scaturisce da un grande amore perduto: "lei è lì, senza esserci". Signe è la protagonista femminile di Lei è Ales, un romanzo brevissimo del 2003 appena pubblicato da La nave di Teseo, editore italiano delle opere del Nobel norvegese. Per ventitré anni, dal quel giorno tetro di novembre del 1979 al marzo del 2002, Signe ha messo la propria esistenza in attesa: perfino lo sguardo è in sospeso, sempre orientato verso quella finestra da cui anche il marito Asle fissava fuori quel pomeriggio in cui non ha più fatto ritorno a casa. Era tutto nero: i capelli di lui, il maglione che indossava (glielo aveva fatto lei ai ferri, ed era molto caldo), il cielo, il Fiordo. Un tempaccio con raffiche di vento che avrebbe allontanato chiunque dal mare, ma non Asle, che ogni giorno saliva a bordo della sua barchetta, spesso anche due volte, e faceva un giro nel Fiordo. Il perché, non avrebbe saputo spiegarlo nemmeno lui: era il suo destino, anche quel giorno proibitivo, in cui aveva promesso a Signe che non sarebbe uscito in mare, e invece non aveva resistito; e a fare ritorno era stata soltanto la sua barchetta vuota, il giorno dopo, e tutte le ricerche erano state inutili.
Signe non si è rassegnata mai, perché non avrebbe potuto fare altro, anche quello è stato il suo destino: "lei aveva pensato che fosse rimasto più a lungo sul Fiordo, pensa, che sarebbe sicuramente rincasato, ma erano passate le ore, una dopo l'altra, no, non riesce a pensarci, perché è ancora un dolore troppo grande". Era uscita a cercarlo ed "era rimasta là sul Molo, nel buio, sotto la pioggia, nel vento, era rimasta lì, ad aspettare, sarebbe arrivato da un momento all'altro, no?".
E mentre noi lettori, attraverso la ripetizione continua delle frasi, ci immedesimiamo nell'angoscia di Signe, lei stessa si immedesima nella vita di Asle e dei suoi antenati, alla ricerca delle radici di quel destino, per nutrirsi ancora del loro amore e scorgere qualche appiglio nel buio infinito del Fiordo.