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Letteratura

La Fabbrica di parole è sempre all’opera. Alcune durano altre si consumano

La Treccani registra, periodicamente, i nuovi lemmi. Raccontano l’epoca in cui vengono creati, a prescindere dal loro successo

Ultima follia femminista: "Non usare la parola 'uomo'"

Nominare le opere della sua creazione è l’attività che Dio ha lasciato all’uomo: un potere immenso, che abbiamo scoperto millenni fa, quando abbiamo cominciato a riunirci intorno ai primi fuochi. È un’altra forma di creazione e non abbiamo mai smesso di sperimentarla, infatti ormai sappiamo che la lingua è un organismo vivo e mutevole, che ci racconta esso stesso, come un fermo immagine dell’epoca e della società in cui transitiamo.

Fra i protagonisti di questa evoluzione ci sono i neologismi, che (per quanto riguarda l’italiano) l’Istituto Treccani registra periodicamente; alcuni li inserisce nel «Libro dell’anno», altri vengono «promossi», col tempo, a membri del Vocabolario. La prima raccolta risale al 2008, quasi trent’anni fa, e da allora l’Italia e il mondo sono cambiati parecchio: sfogliando i lemmi ci rivediamo un po’ allo specchio, e scorgiamo le rughe spuntare sul nostro volto, anzi il «codice a barre»... In quel già lontano 2008, per esempio, c’erano molte parole inventate da giornalisti, politici e personaggi noti, come ci racconta la linguista Valeria Della Valle, che studia e raccoglie neologismi dall’inizio degli anni Duemila ed è codirettrice dei Dizionari Treccani con Giuseppe Patota (fra i tanti volumi hanno curato anche l’originale Treccani 100, dedicato a ragazzi e ragazze fra i 9 e i 18 anni): «C’erano l’ironico cicalecciocrazia di Andrea Monorchio e Luigi Tivelli, la pornivendola di Guido Ceronetti, il sentimentificio di Pietrangelo Buttafuoco, la tradimentocrazia evocata da Silvio Berlusconi e l’Eurabia, parola creata da Oriana Fallaci, che poi è stata l’unica, fra queste, a imporsi davvero. Ma, indipendentemente dal suo successo, grazie alla genialità dell’autore che la conia, per un periodo la parola nuova appare nei media e descrive bene un momento storico o una moda». Insomma i neologismi hanno valore anche se fallimentari. Nei decenni dicono di un fenomeno inarrestabile: «Purtroppo - spiega Della Valle - l’uso di parole inglesi, o di ibridi fra l’inglese e l’italiano, è sempre aumentato. Pensiamo a influencer o mobbing, o a derivati come whatsappare, triggerare, svapare... Piacciano o no, sono entrati nell’uso».

Alcuni termini sono talmente familiari da non sembrare nemmeno più neologismi: «Femminicidio, che abbiamo registrato per la prima volta nel 2012, ormai è in tutti i vocabolari, e si diceva che fosse inutile, ma i fatti hanno dimostrato il contrario». E poi c’è il caso di maranza, un neologismo che si è evoluto: «All’inizio indicava i giovani di certi quartieri periferici milanesi, di etnia diversa ma con comportamenti e modi di vestire simili; oggi significa genericamente giovane violento, che compie atti criminali». Sia femminicidio, sia maranza «hanno iniziato a diffondersi perché quel fenomeno si stava imponendo e perciò avevamo bisogno di una parola per indicarlo: una parola immediata, forte, che colpisse la fantasia della gente». D’altra parte, ius soli fu registrato nel 2008, e ancora se ne discute quotidianamente, e una boutade come ciaone perdura da vent’anni, stessa età di petaloso, che non abbiamo mai usato, ma nemmeno mai scordato.

In questi anni, nei vocabolari e nelle nostre vite, sono apparsi i selfie, gli youtuber, il cloud, le fake news e il fact-checking (purtroppo non abbinati così spesso), le unioni civili e la famiglia queer, il divisivo burkini, la ludopatia, la rivoluzione dell’editing genetico (era il 2016), i Ferragnez e il metoo (nel 2018), l’apericena, il body shaming, la transizione ecologica e il plastic free (data di nascita 2019, l’anno di Greta), l’umarell e l’underdog, l’ecoansia e l’iperturismo, i rigori del digiuno intermittente. E poi nel 2023 è apparsa l’Intelligenza artificiale generativa, di cui non possiamo più fare a meno non soltanto a parole, e che è cresciuta in parallelo a un altro fenomeno, la cancel culture e tutto l’armamentario woke, con tanto di schwa, quell’asterisco che avrebbe dovuto sostituire il maschile e il femminile... Era il 2021, secondo anno di Covid, eppure si pensava anche a questo. In quel biennio però le parole dell’epidemia la fanno da padrone, due su tutte: lockdown e smartworking, «anche se noi abbiamo tentato di caldeggiare lavoro agile» ricorda Della Valle; ma, come nel caso della schwa, l’uso della lingua non si impone per decreto. «In Italia c’è stato un solo tentativo dall’alto, durante il fascismo, e non ha funzionato, poiché in questo campo l’unico giudice è l’Uso con la maiuscola, come diceva Manzoni».

Fatto sta che un neologismo, prima di raggiungere il livello dell’ufficialità, «resta come in quarantena - dice Della Valle - e solo quando abbiamo la certezza che sia entrato nell’uso, attraverso tante citazioni e documenti, allora lo inseriamo nel Dizionario. Al momento sotto osservazione c’è algoretica, creato da Padre Benanti, a indicare l’esigenza di un’etica degli algoritmi». Se dovesse scegliere, fra le migliaia di parole, quelle che più rappresentano la società italiana degli ultimi anni, la linguista non ha dubbi: «Quelle composte con contro o anti: antiviolenza, antiomofobia, controinformazione. O l’emblematica no-vax. È come se nascessero continuamente parole che indicano un sentimento di protesta e ribellione».

Poi ci sono le mode: «Resilienza è considerato un neologismo ma esiste dal ’600, solo che è utilizzato in modo errato al posto di resistenza. Lo stesso vale per iconico, inteso come mitico, di cui si fa un uso forsennato. Ma i termini che sanno di tecnico o di colto piacciono molto, per darsi importanza». L’Uso segue le proprie strade, ma la nostra lingua è un tesoro di possibilità lessicali: più le esploriamo, più ci arricchiamo (nell’animo). «Perciò dovremmo dare più spazio allo studio e all’uso dell’italiano nelle scuole» conclude Della Valle. Mente libera in parola libera

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