Metti il caldo, metti lo Spritz e mettici pure l'estasi multigender del momento. Insomma succede che domenica al Gay Pride di Milano - spiace averlo perso, eravamo a Messa - un attivista Lgbtq, microfono in mano, urla che "Salvini faceva i p****ni alle trans nei bagni chimici" (a Ponte di Legno, figurati...). Poi lo ripete alla sera, dicendo di voler entrare in politica per poter dire tutto (cercava anche lui una candidatura). E il giorno dopo, quando Salvini promette querela, si pente e pubblica un video di scuse sui social: "Non so se il sole, la stanchezza, avevo bevuto... ho detto cose senza senso". Si dice: "lacrime di coccodrillo", rettili tra i quali peraltro l'omosessualità è assente. "Ma cosa c'entra questo?". "Ma niente, per dire...".
E insomma: la frase è grave. Qui non si tratta di libertà di parola o di critica e nemmeno di insulto, tipo "bastardo" o "ministro della malavita". Questa è pura diffamazione. Ed è un peccato. Perché così si rovina una bella festa. Perché così proprio chi dovrebbe insegnarci a essere inclusivi si dimostra il peggior intollerante. E perché è paradossale usare come offesa una cosa - i rapporti sessuali con i trans - per cui si manifesta chiedendone il diritto. Finendo col passare per omofobi.
È la famosa sinistra che dice di essere contro l'odio perché ne vuole l'esclusiva.
Risultato.
La comunità Lgbtq è costretta a dare solidarietà a Salvini, pur non sopportandolo. E lui, pur non sopportando loro, è costretto a ringraziarli. E noi alla fine dobbiamo dare ragione a entrambi.E per il resto, felice Pride a tutti (adesso basta fino all'anno prossimo, però).