Stabilità finanziaria e politica sono le priorità odierne, non l’abbassamento dei prezzi dei carburanti; che però non esclude, se continueranno a crescere. Così Emmanuel Macron risponde alle sollecitazioni di piazze e porti, evocate nello studio tv di TF1 e France 2 dov’era invitato ieri sera. Difficile schivare la collera di pescatori, agricoltori, settore edile e trasporto: «Ho incontrato numerosi fornitori», sostiene. Ma dall’attesa intervista, milioni di francesi si attendevano di più. Invece il presidente francese, messo alle strette dai due giornalisti, spiega che agirà «diplomaticamente» per mitigare il caro-benzina. Abbiamo il 20% prodotti raffinati di gas e petrolio che viene dal Golfo Persico, dice rivendicando l’accordo con Riad per difendere il sito di Yanbu, l’anello strategico saudita e principale terminal per l’export di greggio nel Mar Rosso, colpito da droni degli Houthi nei giorni scorsi. Sarà «protetto» dalla Francia, annuncia Macron: invieremo mezzi militari, soldati, radar, sistemi di difesa, non per impegnarci in un conflitto ma per favorire la distensione nei mercati energetici. Linea morbida, pungolata ancora dai giornalistiche portano l’esempio delle scelte di Italia e Spagna: oggi la risposta è proporzionata, insiste Macron, il governo sarà vicino ai cittadini, ma tagliare il diesel di 20 centesimi costa 20 miliardi. E la Francia oggi non può permetterselo. Invece, dice, l’oleodotto consente all’Arabia Saudita di bypassare lo stretto di Hormuz per esportare il suo petrolio. E questo ci aiuta.
Non aiuta la scelta di Trump di stoppare per 90 giorni l’export del diesel. «Raffiniamo anche da noi- si difende il presidente -. Utilizzeremo le nostre riserve, riunirò il G7, di cui la Francia ha la presidenza, proporrò di sederci al tavolo e dirò: se volete abbassare i prezzi, dobbiamo liberare le scorte in modo coordinato». I grandi fornitori francesi sono «nigeriani e sauditi, non siamo direttamente dipendenti dagli Usa», insiste Macron. Rientrato dall’Assemblea generale Onu a New York, dove ha ribadito la necessità del multilateralismo, ieri ha lanciato l’allarme sul fronte ucraino: «Probabile la mobilitazione di altri 300mila militari russi in Donbass». Smentisce però l’alert della Cia dato dal quotidiano El Mundo: l’ipotesi di un attacco con droni nel sud della Francia. Nessuna informazione in tal senso, come spiegato anche dall’Italia. Gli atti ostili russi si sono moltiplicati, dobbiamo essere pronti ma per ora un attacco di droni russo come quello a Lipsia potrebbe verificarsi solo in via ipotetica. «L’Europa può essere un bersaglio», perché quella di oggi «è più della guerra ibrida, è guerra, punto».
Prepararsi quindi all’evoluzione della minaccia.
