Ogni singolo giorno, tra le seicento e le mille petroliere solcano gli oceani del pianeta trasportando circa 3,7 milioni di barili di greggio, eppure per i radar del commercio legale queste navi semplicemente non esistono.
È la cosiddetta «flotta ombra» russa: un’armata fantasma di vascelli vecchi e malmessi - si stima infatti che oltre il 92% abbia più di 15 anni di servizio - che naviga a transponder spenti, cambia nome continuamente, batte bandiera di comodo (come Panama eCamerun) ed è coperta solo da compagnie assicurative russe. L’obiettivo è semplice: eludere le sanzioni occidentali, sfuggendo ai controlli e aggirando il price cap imposto al petrolio russo. Soltanto guardando vicino alle coste italiane, il bacino del Mediterraneo viene attraversato stabilmente da una sessantina di navi «nascoste» che alimentano la macchina bellica del Cremlino.
Una battaglia navale nell’ombra che ogni tanto affiora in superficie, come accaduto ieri a ovest di Pantelleria oa inizio giugno nel Canale della Manica. Un ecosistema sommerso adir poco mastodontico. Basti pensare che secondo le stime del Kse, Russia, Cina eEmirati Arabi controllano oltre il 62% di questa flotta, sfruttando i porti del Pacifico e del Baltico per dirigersi verso le raffinerie cinesi e indiane. Nella prima metà dell’anno i principali acquirenti del greggio trasportato dalla flotta ombra sono stati l’indiana IOC e le cinesi Shandong Yulong e Bingang Liquefied Chemicals, che insieme hanno assorbito il 27% delle forniture, mentre per i prodotti petroliferi, il governo siriano e l’indiana RIL hanno rappresentato il 6%.
Insomma, un business da miliardi di dollari che paga anche un conto ambientale e legale salatissimo. Recentemente, una petroliera Suezmax che trasportava fino a un milione di barili di greggio russo, già sanzionata, ha causato una disastrosa marea nera nella Riserva marina delle Isole Hallaniyat, habitat di balene a rischio estinzione, mettendo a nudo l’inutilità dei meccanismi internazionali di risarcimento di fronte a navi coperte solo da compagini assicurative russe prive di garanzie reali.
Ma mentre l’accesso ai mercati per Mosca si fa sempre più tortuoso e la sua produzione interna di raffinati continua a diminuire sotto i colpi dei droni ucraini diretti contro le raffinerie, il quadro macroeconomico globale rischia il cortocircuito. Con il Brent tornato sopra i 90dollari al barile, le tensioni in Medioriente esplose dal 28 febbraio con la guerra in Iran e il blocco del Canale di Hormuz, l’Opec si è trovata costretta a ribaltare completamente la sua strategia. Se nel 2023 il settore petrolifero stava affrontando una profonda contrazione della domanda e un conseguente abbassamento dei prezzi, convincendo l’Organizzazione a tagliare la produzione, oggi accade l’opposto. Per settembre è stato deliberato un ulteriore aumento di produzione di 188mila barili al giorno: una mossa che ambisce a ricostruire le scorte globali che si trovano ai minimi da dieci anni e a placare un mercato energetico ormai fuori controllo. La decisione è stata presa e potrà contribuire ad allentare la tensione nell’immediato, ma difficilmente risolverà il problema. Gli attacchi alle infrastrutture energetiche, tanto in Medioriente quanto in Russia, stanno causando danni destinati a durare nel tempo. Anche se il conflitto dovesse cessare domani, serviranno mesi, se non anni, prima che raffinerie e oleodotti tornino a operare a pieno regime.
