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La stanza di Feltri

Chiedere più controlli non nega alcuna dignità

Ogni Stato è libero di disciplinare il proprio sistema penale e di concedere provvedimenti di clemenza. Il problema nasce quando le conseguenze di quelle scelte possono ricadere anche su altri Paesi

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Gentile Direttore Feltri, ho letto che il re del Marocco ha concesso la grazia a quasi duemila persone in occasione della Festa del Trono. È vero? E se tra questi beneficiari vi fossero anche persone che decidessero di raggiungere clandestinamente l’Europa, non dovremmo preoccuparci? Non rischiamo di accogliere individui dei quali ignoriamo completamente il passato?

Franco Sepe

Caro Franco, la notizia è vera. In occasione della Festa del Trono, tenutasi a fine luglio, il sovrano marocchino Mohammed VI ha concesso un provvedimento di clemenza a 1.788 persone. Conviene però essere precisi: non significa che siano state liberate quasi duemila persone. Molti hanno ottenuto una riduzione della pena o una commutazione della condanna. Tuttavia corrisponde a realtà che una parte importante di condannati è uscita dal carcere da un giorno all’altro.

Ciò premesso, il tema che tu poni merita comunque una riflessione. Ogni Stato è libero di disciplinare il proprio sistema penale e di concedere provvedimenti di clemenza. Il problema nasce quando le conseguenze di quelle scelte possono ricadere anche su altri Paesi.

Attenzione, però: avere beneficiato di una grazia non significa automaticamente essere un criminale pericoloso. Ciò non toglie che uno Stato abbia il dovere di porsi una domanda elementare: siamo realmente in grado di sapere chi entra nel nostro territorio? Se la risposta è no, allora il problema non è il Marocco né il singolo provvedimento di grazia. Il problema è un sistema di controllo delle frontiere che troppo spesso consente l’ingresso di persone delle quali conosciamo poco anzi nulla. Ecco perché considero questo modello profondamente sbagliato. Si tratta di un modello da superare perché ha finito per trasmettere un messaggio pericoloso: chiunque riesca ad arrivare irregolarmente sul nostro territorio può confidare nell’avvio di un percorso di accoglienza mentre si accertano la sua identità e la sua posizione. Non è una pretesa autoritaria: è il fondamento stesso della sovranità e della sicurezza.

Ogni volta che si afferma questo principio, puntualmente arrivano le accuse di razzismo, di disumanità o di insensibilità. Io ne sono bersaglio da sempre. Invece di discutere nel merito delle politiche migratorie, si preferisce screditare moralmente chi pone domande sulla sicurezza. Ma chiedere regole, controlli e legalità non significa negare la dignità di nessuno. Significa ricordare che senza legalità non esiste nemmeno un’accoglienza credibile né tanto meno sostenibile.

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