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Hitler prigioniero della Tana del lupo

Un mondo a parte dove non andava in scena la banalità del male quanto piuttosto l'alienazione del male, l'isolamento del male dalla realtà che stava diventando, giorno per giorno, sempre più funesta per il regime

Hitler prigioniero della Tana del lupo
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Una foresta impenetrabile nella Prussia orientale, attorno terreni acquitrinosi, in lontananza, invisibile, la città di Ketrzyn che un tempo si chiamava, più teutonicamente, Rastenburg. Tra gli alberi fitti, dove a stento, filtra la luce all'improvviso compaiono enormi rovine in cemento armato, giganteschi bunker sventrati dall'interno. É quello che, oggi, resta, in Polonia, della Wolfsschanze, la Tana del lupo di Adolf Hitler, il comando militare più importante della Germania nazista durante la Seconda guerra mondiale. Ora c'è alternativamente il silenzio o la presenza di turisti curiosi. Ma, a partire dal 1940, attorno a queste piramidi maya devastate con l'esplosivo dopo la fine delle ostilità e il passaggio di questo territorio alla Polonia comunista, si muovevano gerarchi nazisti e militari della Wehrmacht, ospiti in visita e forzati incaricati di costruire baracche, recinzioni, postazioni antiaeree. In nessun luogo il Führer ha trascorso più tempo durante il conflitto: protetto da un campo minato spesso 200 metri, circondato da centinaia di Ss, e in un rifugio con pareti spesse sette metri, in questo bosco umido e funestato da milioni di zanzare è rimasto per un totale di 800 giorni. Nelle asfittiche sale riunioni, nel suo piccolo ufficio arredato in modo quasi monacale, al rumore ossessivo delle ventole ad alta pressione pensate per fermare qualsiasi attacco chimico, è stato condotta e pensata la colossale, e fallimentare, manovra d'attacco contro l'Unione sovietica. Tra una passeggiata con la lupa Blondi e una sfuriata contro Bormann o la segretaria Schroeder è stato deciso e pianificato in maniera definitiva il genocidio degli ebrei e degli zingari.

Un mondo a parte dove non andava in scena la banalità del male quanto piuttosto l'alienazione del male, l'isolamento del male dalla realtà che stava diventando, giorno per giorno, sempre più funesta per il regime.

É proprio tra questi campi di baracche, tra questi reticolati e all'interno delle sale blindate - qui si consumò anche il fallimentare attentato contro Hitler ordito da Von Stauffenberg - che il giornalista e storico Felix Bohr porta il lettore con questo saggio che si caratterizza per essere un percorso claustrofobico nell'isolamento di un dittatore e della sua classe dirigente.

Molto infatti si è scritto dell'ultimo Hitler, quello chiuso nel bunker della Cancelleria a Berlino, o su quello che accadeva al Berghof, la residenza privata di Hitler nelle Alpi salisburghesi. Meno si è indagato sulle dinamiche andate in scena sotto i teli mimetici che coprivano questi rifugi che, per altro, finirono per essere circondati in un'area di decine di chilometri dalle ville dei gerarchi che non volevano essere troppo lontani da Hitler.

I più grandi errori e fallimenti del regime vennero programmati e gestiti in questo comando a prova di bombardamento che venne abbandonato solo nel 1944 quando l'Armata rossa stava ormai dilagando.

Il saggio di Bohr racconta la vita quotidiana in questa corte dove la svastica trionfante iniziò il suo declino, corrosa dalla paura, in notti buie per non attirare i bombardieri, in cui era sempre più difficile dormire, nel ronzio incessante degli insetti, assetati di sangue quanto le loro vittime umane.

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