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A 25 anni dal G8 di Genova santificano ancora Giuliani

La sinistra invoca "giustizia", ma parlano le sentenze che hanno assolto il carabiniere Mario Placanica

A 25 anni dal G8 di Genova santificano ancora Giuliani
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«Siamo tutti Carlo Giuliani», è lo slogan che ieri attraversa a Genova. A venticinque anni dai tre giorni di violenza vissuti da Genova tra il 19 e il 21 luglio 2001, l'appello a «fare luce» viene lanciato da più parti, come se nelle ricostruzioni giudiziarie ci fossero ancora buchi neri inesplorati. A partire dall'evento tragico e simbolico del G8, la morte di Carlo Giuliani in piazza Alimonda nel tardo pomeriggio del 20. Di articoli e dichiarazioni che esaltano la figura di Giuliani (ritratto mentre va all'attacco con passamontagna e estintore) sono piene le pagine di questi giorni, nonostante le sentenze che portarono all'assoluzione del carabiniere Mario Placanica, e dove le uniche zone di incertezza ricadono sotto la responsabilità della Procura dell'epoca: che incredibilmente, ad appena tre giorni dalla morte di Giuliani, ne restituì il corpo alla famiglia che altrettanto velocemente ne dispose la cremazione. Col risultato che l'unico interrogativo, la traiettoria esatta del proiettile 9 parabellum sparato da Placanica, non ha trovato risposte precise.

Che comunque non avrebbero scalfito quanto assodato dalle indagini che prosciolsero il carabiniere, e confermato persino dalla Corte europea dei diritti dell'uomo: «La causa immediata di tali fatti - scrive la Corte nel 2011 - è stata l'attacco violento ed illegale dei manifestanti» contro la jeep dell'Arma rimasta isolata, con a bordo tre militari sui vent'anni, sfiniti dalla giornata e dalle botte. «La jeep era completamente alla mercé dei manifestanti». E quando Giuliani raccolse l'estintore per lanciarglielo addosso, Placanica capì che «l'aggressione contro la jeep non sarebbe cessata né sarebbe stata meno virulenta. Del resto, la stragrande maggioranza dei manifestanti sembrava proseguire l'attacco. A parere della Corte, ciò giustificava il ricorso ad un mezzo di difesa potenzialmente letale, quale dei colpi d'arma da fuoco».

Mario Placanica da quella vicenda è uscito comunque a pezzi, e oggi è un uomo stanco e malato che rilascia interviste in cui dice di sentirsi vittima al pari di Carlo Giuliani, per essere stato mandato anche lui allo sbaraglio. Tema delicato. È oggettivo che per fronteggiare la calata in massa di antagonisti su Genova per contestare il G8 (prima uscita pubblica, va ricordato, del governo Berlusconi bis) si dovette ricorrere anche a carabinieri di leva, addestrati frettolosamente. Sulla gestione dell'ordine pubblico a Genova nel G8, sulle responsabilità dell'intera scala gerarchica - dai capisquadra ai vertici - le indagini scavarono a lungo, e con risultati altalenanti. Per i pestaggi dei fermati nella caserma Diaz, come a Bolzaneto, vennero condannati i comandanti dei reparti: «solo perché erano i capi - racconta un legale dell'epoca - ma senza che venissero identificati gli autori delle violenze». Ma ancora più surreale fu l'andamento dei processi ai funzionari: assolti quasi tutti in primo grado, sentenza ribaltata in appello e in Cassazione.

Conseguenza: sospensione dal servizio per cinque anni, poliziotti di primo piano costretti a cercarsi un altro lavoro per mantenere la famiglia. Alcuni oggi sono tornati in servizio, altri in pensione. Il pm che li accusava, Roberto Zucca, a diciott'anni dal G8 disse: «I torturatori siedono ai vertici della polizia».

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