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Così Palazzo Chigi ordinò: "Sdoganate le mascherine anche se non in regola"

Le prove della deroga all'insaputa del Cts e dell'Inail. Ma l'ex premier attacca ancora

Così Palazzo Chigi ordinò: "Sdoganate le mascherine anche se non in regola"

«Sdoganate quelle mascherine». Eccolo, l’ordine partito da Palazzo Chigi. La back door per far passare materiale scadente dalla Cina si chiama articolo 5bis, legge 20 del 20 aprile 2020. E recita, in sostanza: «Si possono pagare mascherine in anticipo, in deroga al Codice dei contratti pubblici»; «l’efficacia di tali dispositivi è valutata preventivamente dal Cts»; «sono utilizzabili anche mascherine prive del marchio CE, previa valutazione da parte dell’Istituto superiore di sanità».

Il 29 aprile 2020 le Dogane fanno sapere che il ministero del Commercio cinese aveva fissato dei paletti per l’esportazione di mascherine «conformi agli standard cinesi o esteri», non come il carico del consorzio scelto da Arcuri. Le mascherine comprate da Luokai Trade, Moon-Ray e Whengzou Light erano farlocche, inutili se non addirittura dannose. Lo dicono le carte delle indagini, lo dice la Guardia di Finanza che ha spulciato i certificati, lo dice la sentenza di patteggiamento del dominus cinese del sodalizio, quel Cai Zhongkai che per aver mentito al Cts e contribuito a far ammalare e forse uccidere medici e infermieri a cui le mascherine erano ingiustamente destinate.

Non è vero, come dice la sinistra, che il Cts le aveva validate. Perché il Cts, in deroga all’articolo 5bis, ha ratificato il parere di Inail e ISS basato su documenti falsi.
«L’esame fisico/chimico delle mascherine e dei dispositivi di protezione acquistati, compiuto tanto dall’Agenzia Dogane di Roma, quanto dal Consulente nominato dall’autorità giudiziaria di Gorizia (che ha qui trasmesso gli atti) ha rivelato che gran parte di essi non soddisfino i requisiti di efficacia protettiva richiesti dalle norme UNI EN. Addirittura, alcune forniture sono state giudicate pericolose per la salute», scrive la Guardia di Finanza a proposito di alcune mascherine cinesi del consorzio sequestrate a Gorizia.

Il loro prezzo era visibilmente più alto di altre offerte arrivate, come vedremo nei prossimi giorni. Negando l’evidenza, in commissione Covid ha sostenuto che invece il prezzo fosse congruo perché il produttore si faceva carico del trasporto. Ma come abbiamo spiegato, la modalità era vietata in Cina per evitare evasioni fiscali. Tutte le fatture doganali cinesi devono indicare il prezzo FOB (Free on Board, ovvero franco a bordo) in cui il venditore copre i costi di trasporto, sdoganamento all’esportazione e caricamento fino al porto d’imbarco. Il resto lo paga l’importatore straniero. Nelle fatture delle mascherine farlocche il prezzo del carico in viaggio da Shangai a Malpensa è in CIF (Cost, Insurance, Freight), comprensivo di nolo e assicurazione fino a destinazione, tanto che la struttura commissariale pagava società di trasporto come la Neos, mentre le offerte di ambasciate e società italiane venivano ignorate. Quanto al prezzo basta un esempio: la commessa per 450 milioni di mascherine a 0,49 euro del 15 aprile con la Luokai trade (pubblicata ieri) viene firmata nonostante due giorni prima la cinese BYD Auto (che aveva riconvertito la produzione da auto elettriche a mascherine) ne avesse offerte 100 milioni a 0,298 euro.

Perché la sinistra si ostina a negare l’evidenza e a difendere Arcuri e Conte? Ci tocca tro: «Le indagini documentali hanno dimostrato come considerevole porzione dell’intera fornitura sia stata validata sulla base sistematica sostituzione dei test-report con alcuni falsi perché non riconducibili a chi li avrebbe dovuti emettere, «incomprensibili o inidonei, con date sbagliate, privi di alricordare che il 20 ottobre del 2025 il maggiore Gdf Eugenio Marmorale, oggi capo sezione Dna dell’Ufficio analisi della Valutaria, venne sentito in audizione (più volte secretata) in commissione Covid per le sue indagini sulle mascherine del commissario. E fu letteralmente aggredito - il filmato è ancora disponibile su Youtube - da Alfonso Colucci (M5s), Ylenia Zambito e Francesco Boccia del Pd, secondo i quali aver rivelato le oltre 1.200 interazioni tra telefonate sms e due chat tra Arcuri e Benotti avrebbe «leso la privacy dell’ex commissario». Dopo averla buttata in caciara più volte per le «troppe carte da studiare», i tre parlamentari dell’opposizione hanno contestato le ricostruzioni dell’ufficiale, giudicandole «approssimative» perché la Finanza a loro dire «non distingue mele e pere».

Ma le carte dicono ben alcuna garanzia di veridicità» eppure «accettati come valutabili ai fini della validazione», cosicché Inail e Iss si sono mosse in ordine sparso dopo essere state ingannate e hanno a loro volta ingannato il Cts, come ha stabilito la sentenza di patteggiamento di Cai Zhongkai. «Colpa dell’articolo 5bis», dicono le persone interrogate alla Gdf, che però ha sottolineato come la norma non giustificherebbe «alcun abbassamento dello standard qualitativo richiesto per l’uso sanitario/protettivo dei dispositivi».

Sappiamo che dell’esistenza di documentazione falsa per validare mascherine inutili se non dannose erano al corrente Palazzo Chigi, eppure ha deciso una serie di deroghe sulle mascherine prive di marchio Ce o con marchio contraffatto, che sono state sdoganate (anziché distrutte) e declassate. «Vanno difese fino alla morte le libertà del mercato, tranne la libertà di arricchirsi calpestando il diritto alla salute», era il senso di un’intervista all’Eco di Bergamo. Di chi?
Di Arcuri.

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