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Esequie di Stato per Raffaele Costa, il leader liberale contro gli sprechi

Ora che, dopo una lunga malattia, se n’è andato 3 giorni dopo aver compiuto 90 anni, nella sua Mondovì, si riscopre quanto quella battaglia moralizzatrice della politica e della pubblica amministrazione abbia precorso i tempi

Raffaele Costa

Negli anni 80 e 90, quando non si usava come oggi la parola «Casta», Raffaele Costa era il grande fustigatore dell’Italia degli sprechi (così intitolò un suo libro), dei privilegi e dell’assenteismo, quello dei 100 blitz in un anno negli ospedali, dei dossier sulle inefficienze dello Stato, della lotta alle auto blu. Un piemontese liberale, tutto d’un pezzo, frugale quanto intransigente, che avviò la sua battaglia moralizzatrice tra la Prima e la Seconda Repubblica. Ora che, dopo una lunga malattia, se n’è andato 3 giorni dopo aver compiuto 90 anni, nella sua Mondovì, si riscopre quanto quella battaglia moralizzatrice della politica e della pubblica amministrazione abbia precorso i tempi e indicato una strada dalla quale non si è potuti tornare indietro. Lo aspettano funerali di Stato, dopodomani alle 15, a Mondovì, nella Cattedrale di San Donato, come comunicato da Palazzo Chigi. Una carriera iniziata in Parlamento negli anni 70, proseguita da sottosegretario, 4 volte ministro nei governi Amato (Politiche comunitarie e regionali e Sanità), Ciampi (Trasporti) e Berlusconi I (di nuovo Sanità), ultimo segretario del Pli, conclusasi nel 2006 dopo l’esperienza anche da europarlamentare e presidente della Provincia di Cuneo, che sfiorò da esponente di Fi, nel 1997 l’elezione a sindaco di Torino.

Lo chiamavano «il ministro con la valigetta», perché ne stringeva una di cuoio quando da titolare della Sanità si presentava a sorpresa negli ospedali e frugava tra corsie e sale operatorie, da Palermo a Torino a Bari, da Roma a Venezia. Una volta suonò alle 3 di notte in un piccolo ospedale ligure e quelli chiamarono la polizia, sospettando fosse matto o malintenzionato. Fece storia la sua caccia a sprechi burocratici, stipendi dorati, forniture sovrapprezzate, medici che dormivano in servizio,

infermieri che guardavano la partita, ministeriali che firmavano ed uscivano o passavano le ore a leggere i giornali. Era avvocato e anche il suo strenuo garantismo e le sue battaglie liberali per la giustizia giusta hanno lasciato un segno profondo. La strada l’ha poi seguita il figlio Enrico, già ministro ed oggi capogruppo di Fi alla Camera, che ha nel Dna il suo metodo e lo stesso rigore morale. «Un protagonista della storia del liberalismo», l’ha definito la premier Giorgia Meloni, mentre il leader azzurro Antonio Tajani ricorda di essere stato suo assistente parlamentare e poi collega all’Europarlamento e assicura: «La tua politica, le tue battaglie continueranno con chi ha condiviso le tue scelte».

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