Dall’indifferenza al pantano amministrativo al lieto fine (si spera quest’oggi). La storia di Marina, del suo compagno e del loro figlio sedicenne ha dell’incredibile, da qualsiasi parte la si guardi. Marina è un nome di fantasia, la famiglia è italiana, milanese lei, bergamasco lui e sono senza casa dal maggio 2025, dallo sfratto esecutivo. Prima c’era una nonna che, in quelle quattro mura, aiutava tutti con la sua pensione. Mancata l’anziana e sigillato il portone di casa, è cominciato il baratro. «Per un po’ abbiamo vissuto in tenda - racconta Marina - Ma quando ci hanno sgomberato e ci hanno sequestrato la tenda non ci è rimasto che il dormire all’aperto». Lavori saltuari di giorno, lei domestica, lui muratore, al calar della sera tutti e tre seduti sull’autobus, «per sonnecchiare fino alla fine corsa». Quindi alla ricerca di qualche panchina, «stando attenti a dove ti sistemi, sempre con un occhio aperto» precisa lui. E il ragazzo? «Dopo qualche mese di questa vita si addormentava a scuola, i compagni lo prendevano in giro e ha smesso di andarci».
Il cibo non è mai stato un problema grazie alle mense «e le suore della parrocchia ci hanno sempre consegnato i pacchi viveri». È con la ricerca della casa che si è manifestato il «pantano» (che più o meno tutti abbiamo sperimentato ma che oggi è assurto a teoria universitaria sintetizzato da Cass R. Sunstein, professore di Economia alla Harvard Law School come «l’insieme di ostacoli e barriere amministrative che lascia congelati in situazioni negative»). L’inciso è d’obbligo per chiarire che senza un essere umano volenteroso il pantano resta tale. La famiglia chiedeva un Sat (alloggio abitativo transitorio), «aveva presentato domanda mesi fa (dal periodo delle notti in tenda) - ha riferito Mariangela Padalino, consigliera comunale e capogruppo di Noi Moderati - ma la richiesta non è stata accolta perchè nel frattempo il padre aveva trovato un lavoro a tempo determinato. Finito il contratto di lavoro, la famiglia è rimasta senza reddito stabile e sempre senza casa». Padalino si è interessata al caso grazie all’attenzione di un parrocchiano (di quella chiesa che porta i pacchi cibo alla famiglia). Continua a raccontare: «Abbiamo indirizzato la famiglia ai servizi sociali del Municipio 7 e la risposta è stata che non è loro competenza. Quindi abbiamo suggerito i Servizi Abitativi di piazzale Cimitero Monumentale ma è stato un viaggio a vuoto, il call center aveva fissato l’appuntamento in un giorno in cui gli uffici non ricevono il pubblico. Quando finalmente la famiglia è stata ricevuta per presentare la richiesta di un alloggio temporaneo, è stato fissato loro un appuntamento per il 13 gennaio (!). Inammissibile: cinque mesi e mezzo soltanto per presentare una richiesta. Davanti a una famiglia con un minore che dorme per strada non possono esserci scaricabarile né tempi d’attesa di mesi. L’alloggio temporaneo nasce come assegnazione in emergenza, le istituzioni hanno il dovere di intervenire immediatamente e di verificare quanto accaduto, accertando le responsabilità organizzative perché non si ripeta. Una città che si definisce inclusiva non può accettare tutto questo. Il diritto alla casa non può trasformarsi in una lotteria amministrativa: quando ci sono dei minori, il tempo delle procedure deve lasciare spazio al tempo della responsabilità». Dopo la denuncia di Padalino, l’assessore ai Servizi sociali Lamberto Bertolè e l’assessore all’Edilizia pubblica Fabio Bottero hanno cominciato ad assottigliare il pantano: oggi - proprio questa mattina - la famiglia sarà ricevuta dai Servizi Sociali. Scopriremo se avranno un Sat.
