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Giovanni Goria, l'uomo che denunciò il rischio bancarotta per l'Italia

Esponente della corrente "Sinistra di base" della Dc, ministro del Tesoro, del Bilancio e dell’Agricoltura, dal 1987 al 1988 guidò il governo. Nel suo staff a Palazzo Chigi lavorò un giovanissimo Guido Crosetto

Giovanni Goria, l'uomo che denunciò il rischio bancarotta per l'Italia

"Bisogna che tutti comprendano che stiamo vivendo al di sopra delle nostre possibilità, spendiamo più di quello che produciamo. Se continua così è la bancarotta". A pronunciare questa frase fu Giovanni Goria, più volte ministro e presidente del Consiglio dal 1987 al 1988, noto per le sue posizioni pragmatiche in ambito economico. Faceva riferimento alla necessità che l'Italia contenesse la spesa pubblica, evidenziando il rischio gravissimo di vivere al di sopra dei propri mezzi.

Quando si insedia a Palazzo Chigi Goria ha 44 anni ed è il più giovane presidente del Consiglio della Repubblica. Il suo primato verrà battuto anni dopo da Matteo Renzi (39 anni). Nello staff di Goria c'è un giovanissimo politico, anche lui piemontese, di cui sentiremo molto parlare anni dopo, Guido Crosetto. Ma è Goria il protagonista di questa nuova puntata della rubrica "C'era una volta la Prima Repubblica".

Nato ad Asti nel 1943, figlio di un geometra comunale e di una commerciante di generi alimentari, prende il diploma di ragioniere e poi si laurea in Economia e Commercio a 24 anni discutendo una tesi con l'economista liberale Sergio Ricossa su “Organismi e istituti operanti nel quadro della programmazione regionale in Italia”. Si avvicina molto presto allo Scudo crociato, iscrivendosi al partito a soli diciassette anni. Conseguita la laurea inizia a lavorare per l’ufficio studi e programmazione dell’amministrazione provinciale di Asti e, in seguito, presso la Camera di commercio. Vicino alla corrente “Sinistra di base”, fondata da Giovanni Marcora, che si ispirava al dossettismo e al rinnovamento della Dc in senso sociale, diviene uno dei collaboratori più stretti di Ciriaco De Mita, segretario politico della Democrazia cristiana dal 1982 al 1989.

Segretario del movimento giovanile della Dc e poi segretario provinciale del partito, nel 1976 viene eletto alla Camera dei deputati nella circoscrizione Cuneo-Alessandria-Asti, raccogliendo oltre 22mila preferenze. Inizia subito a mettersi in luce nella commissione Finanze e Tesoro nonché come consigliere economico di Giulio Andreotti, presidente del Consiglio. Nel 1981 diviene sottosegretario al Bilancio e alla programmazione economica nel primo governo Spadolini. L’anno dopo lascia per assumere l’incarico di capo del Dipartimento economico della Dc.

Nel 1982 è nominato ministro del Tesoro a solo 39 anni: è il più giovane, sino ad allora, nella storia della Repubblica. Lavora con personaggi di cui dopo si sentiremo parlare: Mario Monti, chiamato alla commissione per il controllo della spesa pubblica, Mario Draghi e Innocenzo Cipolletta, consiglieri economici, Bruno Tabacci alla segreteria tecnica del ministero.

Goria resta al Tesoro anche nei due governi Craxi (dal 1983 al 1987) e successivamente nel governo “balneare” presieduto da Fanfani (aprile-luglio 1987), quello che apre la strada alla “staffetta” tra Craxi e De Mita, con l’impegno del segretario della Dc a lasciare il timone del governo alla Dc. Archiviata l’esperienza dell’anziano leader Goria riceve l’onore e l’onere di formare un governo di transizione, che guiderà a partire dal 29 luglio 1987. Goria tiene per sé anche un dicastero chiave, quello degli interventi straordinari per il Mezzogiorno. La sua esperienza a Palazzo Chigi prosegue fino al marzo 1988, quando è costretto a dimettersi per forti tensioni in seno all’esecutivo dovute, prevalentemente, al referendum sul nucleare. Il mese successivo Ciriaco De Mita è incaricato di formare il nuovo governo, sempre con il sostegno del pentapartito. Tra le leggi che portano la firma di Goria c’è quella sulla Denominazione di origine e indicazione geografica tipica, la L. 10 febbraio 1992, n. 164, ancora oggi alla base della disciplina Ue sulla materia.

Finito in ombra nel suo partito, decide di provare a rilanciarsi con il Parlamento europeo nel quale viene eletto con oltre 640mila preferenze nella circoscrizione nord-ovest (il più votato). Si dimette, due anni dopo, per entrare a far parte del nuovo governo Andreotti come ministro dell’Agricoltura e delle foreste. Stavolta a reggere l’esecutivo sono Dc, Psi, Pli e Psdi, mentre i repubblicani si sono fatti da parte in forte disaccordo con la legge sull’editoria. Nel 1992 Goria entra a far parte del governo Amato, l’ultimo della Prima Repubblica, come ministro delle Finanze. Fu tra quelli che vararono la maxi manovra “lacrime e sangue” da 93mila miliardi, per buona parte frutto di imposte e tasse, necessaria a tenere i conti in regola per soddisfare i rigidi parametri di Maastricht.

Nel 1993 si dimette dopo essere rimasto coinvolto in due indagini giudiziarie, una legata alla Cassa di risparmio di Asti, l’altra all’ospedale della sua città. Per entrambe le vicende verrà assolto. Ammalatosi di tumore, Goria si spegne nella sua città il 21 maggio 1994, a poche settimane dal compimento dei 51 anni. Questa fine prematura gli impedirà di veder proclamata in giudizio la propria innocenza.

Lo scorso febbraio don Luigi Ciotti visitando la sede della Fondazione Giovanni Goria, ad Asti, ha detto:

"Era un politico che sapeva ascoltare. Saper ascoltare, stabilire e coltivare relazioni, essere ben disposti verso chi ha qualcosa da dire. Attenzione: ascoltare, non solo udire. Tutti odono, pochi purtroppo, ascoltano".

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