«I soldi pubblici non bastano perché i partiti sono voraci»

«Il vero problema dell'Italia è che non riesce mai a trovare una misura nelle cose. Così, da un eccesso di finanziamento alla politica, siamo arrivati all'azzeramento per decreto. È come se, improvvisamente, da che eravamo due passi avanti fossimo saltati due passi indietro rispetto agli altri Paesi». Comincia con queste parole il «ritratto» di un'epoca, contrassegnata e scandita dal finanziamento pubblico ai partiti, che Giovanni Orsina, professore associato di Storia Contemporanea alla Luiss di Roma, editorialista e saggista tra i più attenti e puntuali, accetta di tracciare per Il Giornale.
Un atto dovuto, quindi, questo decreto?
«Diciamo che da come si erano messe le cose è sembrata quasi un'iniziativa obbligata. L'opinione pubblica oggi è troppo sbilanciata sul versante dell'anti-politica, e ha buoni motivi per esserlo, anche se non è detto che necessariamente questo sia un atteggiamento corretto. Tanto più che la politica costa. Perché la politica è presenza sul territorio, è organizzazione di partito».
Come dire che i soldi ai partiti servivano e serviranno sempre...
«Fatto salvo che ci troviamo di fronte a una dialettica perversa tra una politica sempre più arroccata e incartata e un'opinione pubblica sempre più frustrata, è anche vero che una quantità ragionevole di rimborsi elettorali - considerato che le elezioni rappresentano una funzione pubblica e bisogna dare ai candidati la possibilità di farsi conoscere - servivano in passato e dovranno continuare a servire. Se poi un politico usa questi soldi per comprarsi beni personali, questo è un altro problema».
Intende dire che quarant'anni fa c'era più onestà o più dignità nel fare politica?
«Intendo dire che quando nel 1974 venne introdotto il finanziamento pubblico ai partiti quest'idea nasceva dalla necessità di superare il problema della corruzione e del rapporto di dipendenza dall'imprenditoria privata. D'altra parte non dimentichiamoci che l'operazione di Fanfani negli anni '50, nata per emancipare i partiti dal legame con l'industria privata e appoggiarsi, attraverso Iri ed Eni, alla grande impresa pubblica fu un'operazione in chiave anti-comunista, ma gettò le basi anche per l'instaurazione della partitocrazia».
Con che finalità nacque il finanziamento pubblico ai partiti?
«L'idea del finanziamento pubblico, introdotto nel 1974, era quella di rimettere un po' d'ordine in questo panorama. La cosa singolare è che questo provvedimento arriva proprio nel momento in cui i partiti italiani cominciano a perdere legittimità e contatto con il Paese. Significativo campanello d'allarme, è il primo referendum abrogativo del 1978 che non ottiene l'abolizione del provvedimento, ma raccoglie oltre il 43% dei consensi. Resta il fatto che quello è anche il momento in cui il rapporto tra denaro pubblico e politica si fa sempre più vizioso perché i partiti cominciano ad usare prepotentemente la spesa pubblica come strumento per conquistare il consenso».
Siamo alle prime avvisaglie di Tangentopoli, professore?
«In un certo senso sì: perché si comincia a costruire quel sistema che poi Craxi denuncerà in parlamento. Quel sistema delle tangenti che attraverso la spartizione fra i partiti degli appalti pubblici permetterà di recuperare denaro per soddisfare la “fame” dei partiti. Ma, pur in quel sistema vizioso che si venne a consolidare negli anni seguenti, i partiti riuscivano a controllare l'operato dei loro uomini. Citaristi e Balsamo, tesorieri dei due maggiori partiti di governo, erano uomini di specchiata onestà individuale. Lo stesso Craxi, i soldi, li cercava per fare politica. Il sistema prese a funzionare così. Non era necessariamente una questione di morale individuale, e i partiti riuscivano almeno in parte a controllare i singoli uomini politici».
Dopodiché tutto comincia a crollare professore...
«Sì perché il finanziamento pubblico non basta più, la voracità dei partiti aumenta. Con Tangentopoli le forze di governo scompaiono e si entra in un'epoca... di partitocrazia senza partiti. La politica continua a gestire moltissimo, ma, con l'eccezione dell'area post-comunista, non ci sono soggetti organizzati robusti e radicati. Questo lascia il campo aperto alle malversazioni e agli arricchimenti individuali. Clamoroso il caso di un partito che ha consentito al suo tesoriere - mi riferisco a Lusi - di portarsi via la cassa. Ma anche gli stessi partiti post-comunisti faticano a tenere sotto controllo la frammentazione territoriale. Così la fragilità organizzativa dei partiti esplode con drammaticità».
E nei più recenti vent'anni che cosa è accaduto?
«Che il dibattito si è spostato tra berlusconismo e antiberlusconismo. Che Berlusconi ha raccolto consensi anche perché, essendo ricco, ha fornito agli occhi degli elettori, la garanzia di non andare al potere per arricchirsi. Non uno dei problemi che avevamo nel 1992-1994 però è stato risolto. Né lo risolveremo con i grillini o con i forconi. Il ricambio non lo si fa spazzando via quarantenni e cinquantenni e passando di colpo dai sessantenni ai trentenni. Un Paese che agisce così è un Paese che ha qualche problema. Spazzare via per metterci chi? Ci vogliono competenze politiche per fare politica. Lampante il caso di Monti, un professore che ha eccellenti competenze tecniche ma non le competenze giuste per fare politica».

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