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Il mistero sulla pista: Sigfrido e la banda indicarono entrambi la malavita di Ostia

La pista di Ostia troverà sponda anche nella sit (verbale di sommarie informazioni) che Sigfrido Ranucci rende il 17 ottobre all’autorità giudiziaria

Il gioco dell'oca Ranucci-Lavitola

C’è un pezzo del territorio romano che mette in connessione Sigfrido Ranucci con i quattro esecutori materiali dell’attentato, che ora hanno deciso di parlare con i magistrati e, probabilmente, vuotare il sacco. Quella porzione di territorio si chiama Ostia, spesso al centro dei traffici della malavita, ora diventa un passaggio chiave nelle migliaia di pagine del fascicolo della Dda sull’azione dinamitarda del 16 ottobre scorso contro Mr Report. Ostia collega, almeno stando a quanto emerso nelle carte in mano ai magistrati, i 4 bombaroli (Antonio Passariello, Pellegrino D’Avino, Marika De Filippis e Saverio Mutone) con un colloquio che Ranucci ha avuto con i pubblici ministeri subito dopo la deflagrazione dell’ordigno. Leggendo le carte, infatti, spunta fuori un dettaglio: la pista della mafia albanese, che opera su Ostia, dietro l’attentato: è questo il finto movente che in una prima fase costruiscono i 4 presunti esecutori materiali. Ma è anche una pista suggerita da Ranucci nel colloquio con il pm.

È tutto scritto nelle carte che il Giornale ha potuto visionare: è il 10 aprile 2026, al telefono parlano Pellegrino D’Avino e Antonio Passariello. Non sanno di essere intercettati ma temono di essere scoperti. Provano a costruirsi su suggerimento di «quello», regista dell’operazione non citato nel colloquio, uno scenario plausibile. Ecco lo stralcio dell’intercettazione. D’Avino: «Ha detto quello, se per caso dovessero venire a casa tua, perché quelli sono convinti al 100%. Il 13 hai conosciuto uno a Roma, a Ostia, un albanese a Ostia. Ma sempre per la droga. Quello ti ha visto che eri uno buono ha detto: Anto, fai un buco da questi. Per 10-15mila euro. Tu non sapevi niente. Sei andato a mettere sta cosa alle 3 di notte per 3mila euro». Il riferimento è alla bomba piazzata sotto casa Ranucci. E al presunto mandante da ricercare nei traffici di Ostia. Risponde Antonio Passariello: «Trent’anni minimo». D’Avino: «No no, gli ho parlato con quello. Non prendi niente». Passariello: «Noooo».

D’Avino: «Ti do fino all’ultimo centesimo quello Ti ringrazia, ha detto: io gli do fino all’ultimo centesimo. Non devono arrivare». La conversazione svela l’esistenza del grande regista dell’operazione.

E il 12 aprile, due giorni dopo, Pellegrino D’Avino ribadiva: «Quello non vuole conoscere gli attentatori di persona, ma gestire tutto tramite intermediari». Gli investigatori annotano come gli attentatori stiano predisponendo una versione precostituita al fine di limitare i danni e depistare le indagini. La pista di Ostia troverà sponda anche nella sit (verbale di sommarie informazioni) che Sigfrido Ranucci rende il 17 ottobre all’autorità giudiziaria. A parlarne in audizione secretata è il 4 novembre lo stesso Ranucci davanti la commissione Antimafia: «È stato oggetto del mio colloquio con la magistratura, capire se ci fossero inchieste tali da generare un gesto simile. Abbiamo identificato tre 4 grandi temi. Uno riguarda sicuramente le concessioni balneari di Ostia, l’altro l’eolico, poi il cantiere Vittoria e poi ritorna sul tema della mafia albanese e gli interessi sul litorale romano». Anche questa è stata pura coincidenza. Da un lato, i bombaroli preparano una strategia precostituita, depistando su Ostia. Dall’altro la vittima, che ai pubblici ministeri fornisce le medesime indicazioni. L’obiettivo del secondo è stato sicuramente quello di far luce. Diverso quello dei bombaroli che puntano a depistare. Ora la decisione di collaborare potrebbe aiutare a capire questo ennesimo mistero.

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