Se negli anni 90 ascoltavi gli 883, o avevi abbastanza fegato per dichiararlo, ti giudicavano un tamarro. Punto. Oggi Max Pezzali riempie gli stadi e viene salutato (giustamente, tardivamente) come un aedo generazionale. Perché sottolineo questo? Perché le cose cambiano, cambiano addirittura qui in Italia. Tutte le cose tranne due: l’abbronzatura paranormale di Carlo Conti e il vizio, non meno paranormale, di stabilire quali artisti possa o non possa frequentare uno di destra.
Il problema, da un lato, è banalmente politico, e non m’interessa, però dall’altro lato è strettamente culturale, e la spocchietta salottiera mi rende parecchio suscettibile. Sei di destra/non sei particolarmente di sinistra e osi amare Guccini, Gaber, Fossati, bla bla bla? Bene. Anzi, male. Prima di tutto devi stare al tuo posto, e il tuo posto non è certo l’empireo, dopodiché devi tornare a scuola: è tragicamente palese che non sei in grado di capire il significato delle canzoni!
Adesso trovo assai noioso tornare sulla querelle De André-Salvini, tanto ridicola quanto emblematica, ma sono così visceralmente deandreiano che mi sento chiamato in causa. Qual è la vera «appropriazione indebita» oggetto dello sproloquio generale? Che il Salvini di turno possieda quattro cassette dell’immenso Fabrizio o che all’immenso Fabrizio venga attribuito un razzismo ideologico e accademico di cui non era minimamente portatore? Giù le mani da De André e dal suo pensiero contundente! Visto che lorsignori, avendo il privilegio di «capire il significato delle canzoni», dovrebbero conoscere perfettamente la vastità democratica del principe libero, dovrebbero anche fare lo sforzo di esserne all’altezza. Mettendo, cioè, da parte il livore prêt-à-porter e fronteggiando il nemico attraverso gli strumenti poetici dell’ironia, del sarcasmo e dello sberleffo. Non ci siete riusciti con De Gregori, linciato brutalmente via social un mesetto fa, che ne dite di provarci con De André? Siete colti e brillanti: date una lezione di stile a noi tamarri.
