Non siamo ancora al caso Soumahoro, l’ex bracciante che Alleanza Verdi-Sinistra portò in parlamento come simbolo della lotta all’oppressione, presto travolto dalle rivelazioni sui traffici sulla pelle dei migranti da parte di sua moglie e sua suocera (leggendaria la sua difesa delle borsette di lusso della consorte, quando parlò di «diritto all’eleganza»). Ma la nuova vicenda che investe Ilaria Salis, anche lei miracolata da una candidatura di Avs, rischia di trasformare la maestrina brianzola in altrettanta fonte di imbarazzo per il partito di Bonelli e Fratoianni. Perché il rifiuto di rispettare la sentenza del tribunale di Milano, di importo peraltro modesto, conferma e rafforza il sospetto che grava da sempre sulla Salis: una riluttanza di fondo al rispetto delle regole. Per Avs, a lungo andare, Ilaria la refrattaria potrebbe diventare un problema.
Che nella sua indole di fondo le regole della legalità borghese non contassero granché lo raccontava già bene la vicenda che l’ha resa prima imputata e detenuta, poi martire e vittima,
infine eurodeputata: la spedizione punitiva a Budapest nel febbraio 2023, insieme ai compagni-sprangatori della Hammerbande tedesca, alla caccia di fascisti veri o presunti da massacrare. Arrestata in flagrante e destinata a condanna certa, se la cava con l’elezione al Parlamento europeo e con la bistrattata immunità parlamentare. Che le viene confermata per un solo voto, grazie al voto palese. Per convincere i colleghi di Strasburgo a salvarla, Ilaria spiega che in Ungheria lei è perseguitata, e che invece è pronta a farsi processare in Italia dove invece si fida dei giudici. Il Parlamento abbocca e la salva. Dal voto è passato quasi un anno, del processo in Italia non c’è traccia né mai ci sarà.
Ma se i fattacci di Budapest possono attenere alla sfera dell’ideologia e della militanza, forse più significativo dell’approccio della Salis alle regole è quanto accade quando sbarca tra gli agi dell’Europarlamento, e scopre che tra le prebende c’è la possibilità di circondarsi di uno stuolo di collaboratori, 27mila euro al mese da distribuire tra assistenti e portaborse.
La regola prevede il divieto di arruolare mogli, fidanzati, parenti stretti. Il primo a venire assunto dalla Salis è Ivano Bonnin, già militante dell’ala dura dei centri sociali bolognesi. Che un eurodeputato assuma collaboratori a lui affini è normale. Ma durante un controllo in un albergo di Roma salta fuori che Salis e Bonnin dormono insieme: stessa stanza, stesso letto. «L’ho solo ospitato», prova a difendersi Ilaria. Poi però il Giornale scopre che Salis e Bonnin avevano la residenza insieme in una casa di Milano. E a Strasburgo partono gli accertamenti per capire i veri rapporti tra l’onorevole e il portaborse.
Poi, ciliegina sulla torta, arriva il licenziamento degli altri due assistenti, Valentina Dadda e Francois Gelmetti. La legge prevederebbe giusta causa e preavviso: ma la Salis anche stavolta se ne infischia.
