nostro inviato a Prato
All’indomani dell’assemblea dei riformisti del Pd, il brusio di fondo ronza sempre attorno alle primarie. L’europarlamentare dem Giorgio Gori, il preferito di Base riformista(ma anche di Matteo Renzi), è pronto a sfidare Elly Schlein e Giuseppe Conte. Ernesto Maria Ruffini, l’ex numero di Equitalia, ha già annunciato la sua candidatura. Il prossimo dieci ottobre sarà il giorno della presentazione del manifesto «centrista». Poi c’è Avs, che sta cercando di evitare l’argomento affinché - parole di Angelo Bonelli - «non aumentino le differenze» della coalizione. La sinistra ecologista spinge per il «federatore» che però non c’è: il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi non convince, mentre Roberto Gualtieri sembra più che altro intenzionato a scommettere sul fallimento dell’era Schlein, per poi scalare il partito. Nel giostra medievale delle primarie, anche Avs dovrà scegliere un cavaliere in rappresentanza. Si fa il nome di Elisabetta Piccolotti. Insomma, prima ancora di aver stabilito le regole, il Campo largo si ritrova con quattro candidati e mezzo alle primarie. E tutto questo nonostante Elly Schlein, per prevenire qualunque passo falso, pretenda l’uno contro uno con Conte, senza azioni di disturbo. C’è un altro aspetto poco chiaro: il metodo, su cui aleggia ancora molta confusione. I riformisti, con l’assemblea di Prato, hanno respinto la proposta grillina delle primarie miste, gazebo e online. Internet, per Lorenzo Guerini e compagni, è troppo pericoloso. «Penso che le votazioni sul web rischino solo di creare confusione. Preferisco che le persone vengano in carne e ossa ai gazebo», dichiara al Giornale il presidente del Copasir. Il dossier sulle possibili influenze russe - perché quello è il tema - resta un nodo da sciogliere. Filippo Sensi, parlamentare dem dalla personalità marcatamente politica, ne fa una questione di principio: «In tempi di propaganda social, di fake news e di Intelligenza artificiale per influire sulla politica di altri Paesi...lasciare che le primarie del centrosinistra vengano decise da bot e troll del Cremlino mi pare un atto di autolesionismo da evitare».
Soffermandosi sulle novità apportate dalla partecipazione online, Sensi replica: «Non vorrei che si sia passati da Rousseau ai russi». L’onorevole del Pd Lia Quartapelle si dilunga meno: «Vogliamo che gli elettori ci mettano la faccia. No alle primarie online». Ma per capire la contrarietà dei riformisti alla via grillina alla consultazione, non basta la polemica, serve un pizzico di politologia: «Vari esperti - ci confida il professor Stefano Ceccanti, costituzionalista ed ex deputato - hanno sempre paragonato il voto online, specie quello autogestito, agli specchietti dei veicoli. Tra ciò che vedi e i movimenti reali dei veicoli, esistono dei punti ciechi che sfuggono al controllo». I gazebo, non è un mistero, favoriscono il Partito democratico. Un personaggio come Piero De Luca, che certo con e come suo padre Vincenzo non difetta nella mobilitazione degli elettori, fa lo spavaldo: «La segretaria Schlein c’è e noi non abbiamo paura delle primarie. Sono nel dna del nostro partito». Certo Conte andrà accontentato in qualche modo. I grillini, per esempio, non contemplano che l’appuntamento elettorale sia riservato solo agli iscritti dei partiti della coalizione. Delle primarie, per ora, esistono solo contorni sfumati: sono ignoti la data, il perimetro e i contendenti. La liturgia in corso è quella del posizionamento preventivo. Ma prima o poi qualcuno sarà costretto a dire Messa. Per i riformisti, basta che il rito sia tradizionale e la lingua non sia il cirillico.
