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Tra rabbia e paura la crisi del modello che lascia l'Emilia in balia dei migranti

La rossa Bologna è lo specchio di una regione che ora paga anni di ideologie

Tra rabbia e paura la crisi del modello che lascia l'Emilia in balia dei migranti

nostro inviato a Bologna

Botte, bombe carta, cariche e lacrimogeni: il centro di Bologna è rabbia e guerriglia. C'è tutto quello che non doveva accadere. L'inizio di questa storia però comincia da lontano. Il nome viene da un pilastro che segnava una vecchia strada romana, con su l'immagine di una madonnina. L'orizzonte è la ferrovia, quella che scorre alla fine del grigio, di fiere, centri commerciali, logistica, e poi di cash&carry, delivery, food&service, segno di una globalizzazione arrivata qui con i modi spicci di chi non ha tempo da perdere, prima le merci e poi gli umani, mischiando cinismo e speranza e lasciando per strada solo sensi di colpa. La prima periferia Est di Bologna, case popolari degli anni '60, con il vecchio marchio Iacp, troppi abitanti, poco lavoro, con comunque una forte coesione sociale, ma con una microcriminalità piuttosto diffusa e cicatrici difficili da dimenticare, racconta che qualcosa qui, come altrove, è andato storto.

Il quartiere Pilastro comincia con il cartello zona 30 all'ora, proprio dove via Panzini incontra via Svevo, come se ridurre la velocità delle auto bastasse a intorpidire il tempo, a ritrovare la rotta o a placare la foga delle cicale, i maschi, che in attesa del tramonto intensificano il loro finire. Questa volta non è un canto d'amore. È rabbia, sventura, vendetta sputata in faccia. È così da quando il respiro di Abderrahim Fakir si è spezzato e il cuore ha smesso di battere. Qui hanno già deciso che è assassinio di Stato, che i poliziotti sono colpevoli, che non sanno che farsene né di grazia né di giustizia. Non lo dice solo la sorella di Fakir, che a caldo fa uscire tutto il suo dolore e cerca un senso a una morte senza senso. È che qui la sfiducia si respira a ogni passo. È lo smarrimento dei vecchi bolognesi che ormai si sono persi, di chi qui ci è arrivato dal Sud sessanta o settant'anni fa, chi migrando ci sta ormai da una vita, e ci prova a riconoscersi in qualcosa, e chi qui c'è nato ma non riesce a non sentirsi straniero, per lui di seconda generazione, per gli altri, perché il caos che agita il mondo manda a ramengo ogni idea di integrazione. Ti sembra di vederla la beffa e l'illusione, come se bastasse battezzare le vie con i nomi di scrittori e poeti, Svevo, D'Annunzio, Deledda, Pirandello, Gozzano, per spacciare bellezza. La realtà è che la piazza di spaccio è a cielo aperto, e mentre cammini ti guardano e ti battezzano innocuo e lasciano fare e il giardino Gualberta Alaide Beccari, scrittrice emancipazionista, non promette niente di buono.

Il Pilastro adesso, a quest'ora di sera, è vuoto e tranquillo. La rabbia e la vendetta si è spostata al centro, a piazza Nettuno, dove Fakir è qualcosa di più di un martire. È il morto che serviva a tutti, a chi aspettava l'occasione il proprio George Floyd e per inginocchiarsi con il pugno alzato, e a chi aspetta solo lo scontro frontale per cantare a squarciagola la canzone della «remigrazione» come unica soluzione. È il gioco del tanto peggio tanto meglio, con il suo carico di ambiguità, perché poi c'è sempre qualcuno che in nome dello Stato rinnega la democrazia. Il Pilastro, quartiere dove gli sfiniti non trovano pace, ha già conosciuto l'inganno. Era il 4 gennaio del 1991 e tre giovani carabinieri vengono massacrati in via Casini. I colpi partirono da una Uno bianca ma all'inizio le indagini puntarono contro gli zingari. Adesso sappiamo che a sparare furono i fratelli Savi e uno di loro purtroppo portava una divisa. Certe ferite tornano a galla e vengono usate anche se non c'entrano nulla, ma segnano comunque una disattenzione, perché il parco che porta il nome di Mauro Mitilini, Andrea Moneta e Otello Stefanini, i tre carabinieri morti, rischia di essere cementificato. La mancanza di cura, di rispetto, fa danni profondi.

Ecco allora che Bologna, la rossa e la dotta, in questo tempo senza sfumature sta incarnando la crisi di una civiltà. Qui lo scontro lo tocchi con mano. È il popolo della rabbia contro quello della paura. È giovani contro vecchi. È l'università che ribolle e i negozi che si rinserrano. È collettivi contro celerini. È la marcia verso la prefettura. È la sottile linea rossa che si dice pronta a tutto. È passamontagna e divisa. È bombe carta e Khadija, sorella straziata che sviene. È il terrore di rivedere le P38 e la sfiducia per le parole di Pasolini. Non c'è più spazio per un incontro, non ci sono più le parole e sgomenta che proprio a Bologna avvenga tutto questo.

Qualcosa è andato storto. C'è una ragazza tra la folla che sfila in cerca di giustizia. È arrabbiata, ma accetta di parlare e, semplicemente, racconta una storia. È arrivata qui a Bologna un anno fa, per un master di editoria, e una sera a via Zamboni ha visto un ragazzo collassare a terra. Era lì steso, con la gente che passava, come se fosse scontato, sotto i portici, in faccia all'università. Poi è arrivata l'autombulanza, chiamata da qualcuno. Il giorno dopo la stessa scena, lo stesso ragazzo e ancora le sirene correre in via Zamboni. Il giorno dopo ancora e ancora, sempre così.

La ragazza ha chiesto in giro, come fosse possibile, perché ormai la storia del ragazzo la conoscevano tutti. La risposta spiega quasi tutto, l'autombulanza lo carica, fa il giro del quartiere, un salto in ospedale e poi lo riporta lì. La cura è una finzione.

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