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"Sinistra incapace di capire l'Italia. L’impunità provoca sempre più sdegno"

Il sociologo Luca Ricolfi: "Ranucci? Il metodo Report evocava spesso dei rapporti opachi"

"Sinistra incapace di capire l'Italia. L’impunità provoca sempre più sdegno"

Ha letto il sondaggio realizzato da Antonio Noto per il Giornale.

E non si dimostra affatto sorpreso. Sulla vicenda Roggero l’elettorato di sinistra ha idee e giudizi diversi rispetto a quelli espressi dai leader politici di Pd e 5 Stelle.

Luca Ricolfi, sociologo, politologo, autore di numerosi libri di grande impatto sull’opinione pubblica, è senz’altro la persona giusta cui rivolgersi per interpretare queste contraddizioni.

Professore, se l’aspettava?

«Sì, abbastanza, ma ero curioso di conoscere con precisione le proporzioni del sostegno a Roggero. Però mi hanno colpito due cose. Innanzitutto, lo scarto fra la percentuale di cittadini che è contraria ai risarcimenti (75%), e quella che trova troppo severa la sentenza (56%), personalmente mi aspettavo maggiore comprensione per il gesto del gioielliere. In secondo luogo, il fatto che fra gli elettori del Pd una netta maggioranza (57%) consideri la condanna adeguata o addirittura troppo lieve. Un atteggiamento unitivo, probabilmente amplificata dal mestiere e dallo status sociale elevato di Roggero».

Soprattutto sul versante dei risarcimenti ai familiari dei rapinatori uccisi anche la base Dem sembra avere posizioni quasi sovrapponibili a quelle di chi vota a destra. Come se lo spiega?

«Non direi quasi sovrapponibili, visto che nel Pd la contrarietà ai risarcimenti ai familiari dei rapinatori è al 50%, mentre fra gli elettori di Fratelli d’Italia è al 93%, quasi il doppio».

Lei che viene da sinistra è molto critico con l’idea che la sinistra ha della sicurezza e della gestione della criminalità. Quale è l’errore, se di errore si può parlare, dei leader del Campo largo?

«Ci sono vari tipi di errore, non uno soltanto. Sul piano politico l’errore più grande è di proporre e riproporre stancamente un rimedio – l’aumento delle forze dell’ordine e delle spese per la sicurezza – che non convince nessuno, nemmeno gli elettori del campo largo.
Quello che fa imbestialire la gente non è che ci siano una caterva di scippi, furti, rapine, ma il fatto che, nei rari casi in cui si riescono ad acciuffare i colpevoli, questi vengano quasi sempre scarcerati nel giro di 24 ore. Ma dietro l’errore politico c’è un errore di tipo sociologico: la sinistra si muove come se il sentiment dominante nell’opinione pubblica fosse la paura per il crimine, mentre in realtà è l’indignazione per l’impunità».

È ormai convinzione comune che i delinquenti restino impuniti. È il senso di impunità la grande questione che mette insieme, diciamo così, conservatori e progressisti?

«Sì, è esattamente così. Ma c’è anche qualcosa di più, qualcosa che – piaccia o non piaccia – ci rende tutti potenzialmente “vannacciani”».

Che cosa?

«Il fatto che, nei nostri rapporti con gli apparati dello Stato, siano innumerevoli le situazioni – anche le più banali – nelle quali ci troviamo di fronte al “mondo al contrario”. Non solo colpevoli che assurgono allo status di vittime da risarcire, ma regole che vanno contro ogni elementare principio di buon senso, situazioni nelle quali la prepotenza e la sopraffazione la fanno da padrone e il comune cittadino finisce per sentirsi impotente e abbandonato. Occupazioni abusive di alloggi popolari, parchi intransitabili perché presidiati dagli spacciatori, quartieri off-limits a causa della criminalità comune, tura, parenti dei malati che devastano i pronto soccorso. Per non parlare delle infinite umiliazioni che la lentezza della giustizia e l’arroganza della burocrazia ci infliggono. La realtà, purtroppo, è che lo Stato ti dice “non puoi farti giustizia da solo, tocca a me”, ma poi – in innumerevoli circostanze – rivela la sua incapacità di far rispettare le leggi. È per questo che la nostra posizione di democratici, progressisti, garantisti, liberali è debole: pretendiamo, per evitare il Far West, di disarmare i deboli, ma non abbiamo la minima idea di come non consegnarlo – quel Far West – alle scorrerie dei forti».

La grazia non può però essere un quarto grado di giudizio chiesto, anzi preteso a furore di popolo. Come tenere insieme la giustizia e il contesto, che come sottolinea Giorgia Meloni, può aver pesato nella reazione del gioielliere davanti ai banditi?

«Quello della grazia, nel caso di Roggero, è un dilemma in cui si sbaglia comunque. Se gli dai la grazia, alcuni possono interpretarla come una sconfessione del lavoro dei magistrati. Se non gliela dai, altri possono pensare che la giustizia sia incapace di autocorreggersi. Probabilmente il male minore sarebbe un provvedimento di grazia parziale, una volta verificati i requisiti».

Un’ultima questione riguarda il caso Ranucci. Anche qui il copione sembra assai diverso da come l’avevamo immaginato. Servizi. Misteri. Depistaggi e poi ecco Valter Lavitola. Uno sviluppo inimmaginabile?

«Fino a un certo punto.

Il format di Report non mi è mai piaciuto, nemmeno ai tempi di Milena Gabanelli, perché esaspera un difetto grave di tanto giornalismo di assalto: braccare la preda, e poi usare il montaggio per istruire un processo senza vero contraddittorio né possibilità di difesa da parte della vittima designata. Se si lavora con questi metodi, non stupisce che ci si possa avvalere di una rete di contatti, conoscenze, amicizie quantomeno opaca».

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