Game over. Dopo 14 anni di battaglie dal primo sequestro, la magistratura ha scritto l’ultimo atto di una tragedia industriale dal disastroso epilogo: l’ex Ilva di Taranto smette definitivamente di avere un futuro produttivo e industriale, lo storico ruolo con cui ha fatto grande la siderurgia italiana in passato. Il cuore dell’Ilva, l’area a caldo che produce il preridotto, chiude i battenti. La Corte d’appello di Milano ha confermato lo spegnimento degli altoforni (Afo) decidendo di non sospendere l’esecutività del decreto di fine luglio che disponeva lo stop del siderurgico. Rispedite dunque al mittente le istanze di Acciaierie d’Italia e Ilva in amministrazione straordinaria e, dal 28 ottobre, anche l’ultimo ingranaggio produttivo smetterà di girare. A cascata sono ripartiti i primi licenziamenti collettivi (2.500), che erano stati congelati in attesa del verdetto, e si preparano a rimanere a casa i 5.000 lavoratori impiegati nell’area a caldo. In ballo però ci sono numeri molto più significativi che riguardano almeno le 20mila persone dell’indotto.
«Il bilanciamento tra i contrapposti interessi» costituzionali «non può che far propendere a favore delle ragioni di tutela della salute», spiega il provvedimento della Corte d’Appello di Milano. Per i giudici, «nel conflitto fra il diritto all’esercizio dell’attività di impresa e quello dei cittadini
alla salute e al rispetto dei limiti di tollerabilità delle immissioni a cui sono assoggettati, non può che prevalere quest’ultimo». Entro il 28 ottobre lo stop sarà esecutivo e a tale scopo, già il 16 settembre inizierà il raffreddamento degli altoforni, una procedura che è irreversibile.
Anche per questo, suona come una beffa che i giudici rimettano «all’autonomia di gestori e proprietari degli impianti l’iniziativa di ripresa dell’attività quando essi avranno rimosso integralmente l’amianto ancora presente negli impianti e adottato le misure necessarie per ricondurre l’emissione delle polveri sottili entro limiti di sicurezza con riferimento allo scenario produttivo autorizzato di sei milioni di tonnellate all’anno». Produzione che al momento, tra l’altro, è appena un terzo di questi 6 milioni indicati dal tribunale. Completamente contraddittoria la reazione degli enti locali, in particolare della Regione che, dopo essersi costituita per la chiusura dell’area a caldo e contro il ricorso dei commissari, chiede al governo di «salvaguardare i livelli occupazionali». Dopo aver rotto il vaso, Decaro fa raccogliere i cocci al governo senza alcuna assunzione di responsabilità. Ora la situazione si fa tesissima e, anche per questo, è arrivata a strettissimo giro la convocazione a Palazzo Chigi. Da martedì si inizierà a definire la road map con enti locali e sindacati: è altamente
probabile che si vada verso una cassa integrazione generalizzata e verso un piano ponte per traghettare quel che resta dell’Ilva ai privati: la parte a freddo (laminatoi) che trasformano il prodotto e che impiegano 2500 persone. In gara restano, per ora, gli indiani di Jindal e la cordata di Federacciai con il governo pronto ad assumersi il ruolo di garante e azionista di minoranza.
Giorgia Meloni ha assicurato che il governo e al lavoro «con il materiale che abbiamo e con decisioni che non dipendono da noi». La premier ricorda che «c’era un tavolo già aperto», aggiungendo che l’ex Ilva e «uno dei file sui quali stiamo spendendo il maggior numero di ore». Fim, Fiom e Uilm sono già sulle barricate: «Bisogna mettere in salvaguardia i lavoratori, prime vittime delle scelte di chi ha avuto ed ha responsabilità decisionali», affermano chiedendo «subito il blocco dei licenziamenti».
La decarbonizzazione resta la direzione indicata ma ci vorranno anni, almeno quattro per produrre green. Si apre poi il capitolo delle bonifiche per evitare che l’ormai fu-llva non diventi una nuova Bagnoli.
