L’intervento Alle donne le quote non convengono

Nel maggio 2003 è entrata in vigore la modifica dell'art. 51 della Costituzione in cui è detto che la Repubblica «promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità fra donne e uomini». La norma venne approvata dal Parlamento dopo un serrato dibattito in Consiglio dei ministri dove venne bocciata l'idea di garantire quote di donne nelle istituzioni per favorire, invece, tesi da me sostenuta, la promozione di tutte quelle attività che possono mettere le donne in condizioni di competere, con pari opportunità, con gli uomini. La decisione fu saggia e lungimirante come dimostra la recente sentenza del Tar pugliese che fa a pugni con i principi contenuti nella prima parte della Costituzione.
Mi spiego meglio. Il presidente della provincia di Taranto ha accolto con entusiasmo, garantendone l'applicazione, la sentenza che, censurando la disapplicazione del regolamento della provincia in cui è contenuto l'obbligo della presenza di donne in giunta, gli impone di cambiare la sua giunta composta da tutti uomini sostituendoli con alcune donne. In tal modo gli assessori di sesso maschile «sacrificati», scelti in base alle indicazione dei partiti (come prevede l'art. 49 della Costituzione) e a criteri di competenza, saranno discriminati esclusivamente per ragioni attinenti al sesso, in palese contrasto con l'art. 3 della Costituzione in cui si legge che «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso».
Questa sentenza del Tar non soltanto è sbagliata ma può determinare effetti devastanti, quando, per esempio, ci si è accorti, sin da subito, che in Italia attualmente esistono giunte composte da sole donne, una delle quali, secondo la logica del giudice amministrativo, dovrebbe lasciare il posto ad un uomo.
Ma vi è di più. Al giorno d'oggi, per quanto riguarda l'accesso agli uffici pubblici che, assieme alle cariche elettive, devono garantire, secondo l'art. 51 della Costituzione, condizione di uguaglianza per l'accesso degli uomini e delle donne, si registra un fenomeno del tutto nuovo: le donne, infatti, che, nel pubblico impiego, erano maggioranza soltanto in alcuni settori come quello della scuola, risultano ora vincitrici, in misura maggiore rispetto agli uomini, dei concorsi per entrare in magistratura e nelle prove per accedere alle facoltà universitarie a numero chiuso come, ad esempio, quella di medicina. In settori da sempre prerogativa del sesso maschile, come quello della sicurezza, si registra il dato della polizia di Stato, in base al quale, almeno in due circostanze, nell'ultimo quinquennio le donne sono risultate vincitrici in un numero superiore rispetto agli uomini nel concorso per l'arruolamento di futuri commissari, questori e prefetti. Con il criterio delle quote, invece, la ragazza capace e meritevole che vince il concorso per la magistratura o che riesce ad accedere al numero chiuso di medicina o ancora vince il concorso da commissario in polizia dovrebbe lasciare il posto a un ragazzo meno capace e meno meritevole.
Si capisce bene in quale sconsiderato ginepraio sentenze come quelle del Tar di Taranto farebbero finire questo Paese se non ci fosse una robusta tutela costituzionale a frenare le poco meditate euforie di coloro che hanno salutato con gioia questa sentenza. E a nulla vale dire che il Tar si è limitato a imporre l'applicazione di quanto stabilito nel regolamento della provincia di Taranto perché tale giudice avrebbe dovuto rilevare, viceversa, il contrasto di detto regolamento con i principi costituzionali.
*Sottosegretario con delega alla famiglia

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