L’intervento Gli insegnanti? Più ignoranti degli alunni

REGOLE Al vaglio l’istituzione di un codice di comportamento per docenti e dirigenti

Ricordate Francis? Era un mulo parlante, protagonista di un film di successo. Pur essendo un ibrido (asino più cavalla, ma più simile al padre) era un pozzo di scienza. Grazie alla sua intelligenza riuscì prima a salvare la vita a un giovane tenente, poi a passargli importanti informazioni militari.
Francis era un mulo, ma vi sono anche asini parlanti (e scriventi), non altrettanto intelligenti, perlomeno non preparati culturalmente. È l’esercito degli studenti che, nei test di ammissione alle università, ha evidenziato lacune culturali, lessicali e di comprensione clamorose. Tanto al Nord quanto al Sud. Qualche esempio: alla facoltà di Lettere di Firenze, non ha superato il test la metà degli studenti; qui non si conosceva il significato delle parole «refuso», «velleità», «procrastinare». A Palermo quasi tutti erano convinti che La Nausea l’avesse scritta Moravia. A Milano su 100 allievi cui era stato chiesto chi aveva scritto Delitto e castigo, neppure uno ha alzato la mano. A Bari, bocche aperte alla domanda: «Che cosa sono la Cgil e la Finmeccanica». Stessa storia a Genova e in altre città d’Italia.
«Tutto quello che non so l'ho imparato a scuola», dichiarava Longanesi.
Una provocazione, senza dubbio, ma c’è del vero in quest’affermazione. Se i ragazzi non studiano è certamente colpa loro (e dei genitori che non li seguono; o peggio ancora, che ne prendono le difese quando un insegnante li «striglia»), ma la colpa è anche dei professori, che arrivano a sedersi in cattedra assolutamente impreparati (e senza la giustificazione del padre o di chi ne fa le veci).
Vecchia storia, questa, risalente (almeno) al 1896. In quell’anno, l’Inchiesta Torraca, promossa per accertare il grado di preparazione dei maestri, rilevò che dei complessivi 50.048 maestri, solo 18.773 erano da considerarsi «valenti», 23.995 erano i «mediocri» e 7.280 i «men che mediocri».
Da allora, la situazione è senz’altro peggiorata, sia perché il ’68 ha partorito falangi di docenti ignoranti, sia perché nessun provveditore o ministro spedisce a casa un professore asino, al contrario di quei tempi.
Scrive Mario Giordano: «Si vuol giustamente tornare a dare i voti agli studenti. Perfetto: perché non darli pure ai docenti? Bene, bravo, sette più. O, altrimenti, bocciato. Invece no, nella scuola italiana non si boccia più nessuno. Soprattutto, non si bocciano i professori».
Di recente Panorama ha sottoposto 100 professori a cinque domande del test Ocse-Pisa 2006. Risultato: i professori non se la sono cavata molto meglio degli studenti (ossia: sono andati male). Essi sbagliano a parlare («I vecchi posseggono una saggezza salmonica», «Chi vi ha detto di smussare la luce?», «Da oggi in avanti tu dovrai, e sottolineo l'imperativo, studiare meglio la grammatica») e a scrivere («Il componimento è eccessivamente brevissimo», «Hai fatto un tema tronco»), anche quando si tratta di documenti ufficiali: «Io sottoscritto ricorro avversa la graduatoria...», «Al signor Provveditore agli Studi di Caltanissetta. La sottoscritta (...) desidera conoscere il criterio adoperato per la graduatoria secondo la quale il collega che l’anno scorso me l’avete messo di dietro quest’anno me lo ritrovo davanti».
Non si tratta solo di stupidari. Vi invito a leggere il libro di Giordano 5 in condotta, per saperne di più dei nostri insegnanti: gente che scrive «cristianizzazzione» con quattro zeta, e «all’ora ho detto»; che non sa risolvere problemi di quarta elementare, che crede il buco dell'ozono effetto delle eclissi.
Ma a sbagliare è anche il ministero della Pubblica Istruzione, quando, assegnando un tema di maturità, fa pronunciare a Montale parole d'amore per «una donna» invece che per un ballerino russo (almeno in questo caso l'artefice dello svarione è stata «rimossa» dall'incarico), oppure dichiara il Galate morente una scultura romana in luogo di una copia di opera greca, o scambia san Tommaso con san Bonaventura, Ambrogio Lorenzetti con Simone Martini. A quando Sal Da Vinci per Leonardo da Vinci?
Errori ne commettono anche gli atenei. Quando l'Università La Sapienza compilò la motivazione della laurea honoris causa a Giovanni Paolo II, commise una serie di errori che passarono inosservati ai prelati, ma non ai latinisti. Alcuni esempi: «Iuris facultatem vivissimam instantiam» in luogo di «Iuris facultatis...», «Titulo magnus iure meritoque esset insignandus» in luogo di «Titulo (...) insignendus...», «In hominis iura ad firmanda sive qua personae spectantia» in luogo di «In hominis (...) ad personam...».
Sbagliano giornalisti e sbagliano opinionisti (chissà quante fesserie ho scritto io), e poi ci sono gli autori di best seller, come Odifreddi: «Dio creò Adamo ed Eva simultaneamente».
Ah, maestro Manzi, perché, perché sei morto?

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