Leonardo così com'era

Bellissimo ragazzo, cantava alle feste e si dedicava all’equitazione

Leonardo Da Vinci era bellissimo, con i lunghi capelli inanellati, il sorriso gentile, le unghie sempre curate. Quando, a una festa, cantava accompagnandosi sulla lira, uomini e donne restavano incantati. Era atletico, sportivo, amante dell’equitazione. Spiccava, come scrive il suo biografo Giorgio Vasari, per una «bellezza del corpo non lodata mai abbastanza». Sorpresi? In effetti siamo ormai abituati a immaginare Leonardo secondo l’autoritratto che lui stesso ci ha consegnato, su un foglio conservato alla Biblioteca Reale di Torino: la lunga barba bianca, la chioma arruffata da vecchio saggio, lo sguardo pensoso e imbronciato. Ma Leonardo era anche quell’efebo incantevole che tutta Firenze ammirava per la sua bellezza. E c’è chi rintraccia il suo ritratto nel volto angelicato del David che Andrea Verrocchio avrebbe scolpito osservando le fattezze di quel suo garzone di bottega, figlio illegittimo di un notaio di Vinci.
Troppo spesso Leonardo ha rischiato di essere prigioniero del suo mito, ridotto a uno stereotipo, forse a una macchietta. Secondo un filone scientista e positivista, egli fu soprattutto il genio inventore, il grande scienziato che anticipò l’aeroplano, l’elicottero, il sommergibile, la bicicletta. Per un filone alternativo, che parte gloriosamente a fine Ottocento, con il Decadentismo, e finisce ingloriosamente con Dan Brown e il suo Codice Da Vinci, Leonardo era invece il custode di un sapere segreto ed esoterico. In entrambi i casi si rischia di non rendere giustizia a Leonardo, che fu sì un genio, ma un genio secondo i canoni del suo tempo. Versatile, ma come lo furono molti uomini del Rinascimento, da Pico della Mirandola a Brunelleschi, uomini che spaziavano dall’ingegneria alla pittura, dalla filosofia alla politica.
Le sue tanto decantate macchine erano, in molti casi, pure visioni intellettuali, creazioni, fantastiche, magari copiate da qualcun altro, come già nel 1902 cercava di spiegare Maurice Berthelot ai suoi colleghi dell’Accademia delle scienze francesi. Il suo sapere esoterico spesso si esprimeva in indovinelli utili per i giochi di corte. Se uno legge i suoi enigmi profetici pensa dapprima a visioni apocalittiche: «Ritornerà il tempo di Erode, perché gl’innocenti figlioli saranno tolti alle loro balie, e da crudeli omini di gran ferite moriranno». Ma basta dare un’occhiata alla risposta perché l’atmosfera di tregenda si stemperi nel sorriso: Leonardo sta parlando di capretti da imbandire a tavola.
Il libro di Serge Bramly ha il merito di andare oltre la leggenda, e di mostrarci Leonardo nella carne della sua vera storia, non di rado più affascinante dell’evanescenza del mito. L’artista era in tutto un uomo del suo tempo, vincolato alla committenza e alle logiche delle diverse signorie. Per lui, a esempio, la guerra era «pazzia bestialissima». Ma sapeva benissimo che Ludovico il Moro, lo spietato signore di Milano, di quella pazzia era un appassionato. Così, nell’anno 1482, presentandosi al «Signore illustrissimo» della dinastia sforzesca, sa quali corde deve toccare. Nella lettera in dieci punti scritta a Ludovico, Leonardo, già famoso come artista e pittore, si offre infatti come ingegnere militare. E promette bombarde potentissime, ma anche «comodissime et facili da portare», propone di costruire «ponti leggerissimi e forti», suggerisce mirabolanti macchine da assedio e da battaglia: «Farò carri coperti, securi e inoffensibili, e quali entrando intra li inimica con le sue artiglierie, non è sì grande moltitudine di gente d’arme che non rompessimo. E dietro a questi potranno seguire fanterie assai, illese e senza alcun impedimento».
Anche il mito della Gioconda, il quadro forse più imitato e copiato di tutti i tempi, è relativamente tardo. Per lungo tempo, quel sorriso non apparve enigmatico ad alcuno. L’inventore del luogo comune fu probabilmente, nel 1873, un grande esponente del decadentismo inglese, Walter Pater: «Tutti i pensieri e tutte le esperienze del mondo hanno lasciato nel volto della Gioconda il loro segno e la loro impronta. Ella è più vetusta delle rocce tra le quali siede; come il vampiro, fu più volte morta e ha appreso i segreti della tomba; è discesa in profondi mari e ne serba attorno a sé la luce crepuscolare, trafficò strani tessuti con mercanti d’Oriente». Nel sorriso della Gioconda rivivono, secondo Pater «la lussuria di Roma e i peccati dei Borgia». Pagine bellissime: ma è forte il sospetto che Leonardo, leggendole, si sarebbe fatto una gran risata, prima di rimettersi a costruire bombarde per qualche principe.