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Letteratura

“Il futuro è in un sacco da riempire di speranza”

La storica narra come una semplice borsa sia diventata l’eredità d’amore di una madre alla figlia

Tiya Miles, Vanity Fair

È il 1852 quando Rose, una donna nera schiava nel Sud Carolina, deve separarsi dalla figlia Ashley che, a 9 anni, sta per essere venduta. Allora Rose le cuce un sacco in cotone, quello stesso cotone per coltivare il quale lei e migliaia di altre persone erano schiavizzate, e dentro ci infila una manciata di noci pecan, un vestito sgualcito, una ciocca dei propri capelli e, intangibile ma potentissimo, il suo amore. Nel 1921 Ruth, una pronipote di Rose, ha ancora quel sacco, e vi ricama sopra la sua storia. Poi il sacco si perde per decenni, riappare su una bancarella, è esposto in una ex magione schiavista e, infine, approda al museo Smithsonian. E diventa protagonista di

Il sacco di Ashley (Iperborea, pagg. 406, euro 20), il saggio con cui la storica americana Tiya Miles ha vinto il National Book Award. Lo presenterà domani al Festival della mente di Sarzana.

Tiya Miles, perché ha deciso di scrivere del sacco di Ashley?

«L’ho visto per la prima volta allo Smithsonian Museum of African American History and Culture di Washington e mi ha folgorato: non avevo mai visto una testimonianza così commovente delle esperienze delle donne e delle ragazze schiave e così bella e concreta dell’amore in una famiglia nera. Ho sentito di dover raccontare questa storia famigliare perché sono una studiosa della schiavitù, discendente di persone rese schiave e proprietaria, a mia volta, di un manufatto tessile che ho ereditato e che adoro».

Il sacco era una sorta di «kit di emergenza per il futuro»: di quale futuro parliamo?

«Il futuro era cupo per Rose e sua figlia. Il loro padrone era appena morto e la vedova stava

vendendo le proprietà, in cui loro erano incluse. Rose aveva previsto che lei e la figlia potessero essere allontanate e così preparò il sacco».

In che modo ogni componente è importante?

«Il vestito avrebbe potuto mantenere Ashley al riparo o aiutarla a nascondersi o a fuggire; la ciocca era un cimelio, una rappresentazione tattile e visuale della madre; le noci, che erano una rarità e suggeriscono che Rose fosse probabilmente una cuoca, erano nutrienti in caso di fame o utili per uno scambio. E l’amore avrebbe alleviato le sofferenze di Ashley, ricordandole di essere amata».

Parla di una «speranza radicale» strettamente legata alle situazioni di disperazione.

«Credo in questo legame: si riferisce a un tipo di speranza che, con tenacia, sfida l’apparenza o lo stato delle cose del momento. La storia di Rose e Ashley ci suggerisce che la sopravvivenza inizia con la speranza. Oggi l’umanità è enormemente messa alla prova da una serie di crisi: dobbiamo riconoscerle ed essere onesti circa la loro gravità; allo stesso tempo, non avremo la forza di volontà di andare avanti e di rimanere umani, a meno che non sviluppiamo una speranza radicale».

La speranza radicale è un messaggio profondamente cristiano. È così anche per lei?

«Può essere inteso così, ed è effettivamente il mio retroterra religioso, poiché una parte della mia famiglia è battista e un’altra cattolica, ma molte altre tradizioni religiose presentano storie che incoraggiano la speranza e la perseveranza in tempi bui».

Anche oggi potremmo ricamare le nostre storie su qualche oggetto, come Ruth?

«Noi ricamiamo le nostre storie in moltissimi modi di cui non ci accorgiamo e intendo, con ciò, che pratichiamo il ricordo attraverso una qualche forma d’arte: per alcuni è cucinare con un vecchio libro di ricette di famiglia, per altri creare un album di ritagli per immortalare un viaggio; per me, per esempio, è custodire e mostrare gli oggetti di famiglia nella mia casa e ricreare angoli del giardino fiorito di mia nonna nel mio cortile».

Anche noi abbiamo a disposizione dei «sacchi di narrazioni» per il futuro?

«La narrazione è forse lo strumento più potente per creare significato a disposizione di noi umani».

Il sacco di Ashley, dice, è un oggetto semplicissimo eppure commovente per chi lo osserva: come spiega il suo segreto?

«La natura utilitaristica del sacco, che è una semplice borsa in cotone per il cibo, è in contrasto con il suo messaggio profondo di amore trascendente: l’effetto è quello di trasmettere il messaggio che, appunto, l’amore possa essere ovunque, e che possa essere trasferito e trasportato attraverso qualsiasi cosa. L’amore può perseverare perfino nelle circostanze più umili e brutali. Il sacco di Ashley è una rara testimonianza tessile di resistenza, prontezza e adattabilità, che giunge a noi da un’epoca buia della storia americana, quando le persone erano trattate come delle proprietà. La sua sopravvivenza nel tempo è la prova del trionfo dell’amore e della forza duratura dei legami famigliari».

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