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Letteratura

Daverio spiega le regole dell’eleganza

Una selezione delle lezioni al Politecnico di Milano. Dal pigmento del risotto alle varie declinazioni di bellezza, sempre con classe e umorismo

«Mi fanno paura due cose: la povertà e rimbambire»

Il critico d’arte e professore con il papillon rosso scuro e il panciotto; il gallerista, con la mantella e il ricciolo barocco a incorniciare un viso da putto che in realtà è un diavoletto. Nelle lezioni di Philippe Daverio alla Facoltà di Design del Politecnico di Milano registrate, scelte e curate dal figlio Sebastiano per Le origini dell’eleganza (Solferino, euro 18,50, pagg. 224), si insinua un autoritratto quando parla di òm de class e classicità, modernità e romanticismo per arrivare al primitivismo e alla bellezza della contaminazione lui che si definì «per caso e non per merito autenticamente italiano, francese e tedesco». Cogliendo le mescolanze tra memorie genetiche, personali e modelli classici, chiude a sorpresa: «Portiamo dentro di noi tratti universali, archetipi che riemergono periodicamente. Questa è la vera anti-classicità: un diavoletto primordiale che riemerge e che, quando viene stimolato, si manifesta in forme diverse».

Philippe Daverio quando sale in cattedra in realtà scende tra di noi e lo fa in maniera accattivante, nello stile della conversazione colta e aneddotica, elegantemente provocatoria. Non si può non sorridere quando, affrontando il tema dell’inizio dell’influenza della cultura giapponese nel mondo di fatto poi valorizzata dall’Europa, Inghilterra e Francia in primis , stigmatizza così gli americani che avevano rotto l’isolazionismo del Sol Levante: «hanno una visione estremamente chiara del mondo: lo dividono in tre categorie. Ci sono i clienti, i possibili clienti e i cattivi clienti. I possibili clienti vanno convinti; i buoni clienti vanno accarezzati; i cattivi clienti, invece, vanno combattuti» e ci spiega perché gli olandesi fossero tollerati dai giapponesi: «non spedivano missionari e non cercavano di convertire nessuno: volevano solo fare soldi». Pare di sentirlo e di vederlo, leggendo queste pagine, e non solo per l’oralità della genesi del libro.

La sua cultura nasce dallo studio autodidatta e dall’ascolto degli altri, siano un Shimon Peres a tavola o un corniciaio che gli apre il mondo di quello che sembra stare fuori da un quadro ma che ne può essere parte essenziale. Essenziale al punto che nella galleria di via Montenapoleone, condotta con l’amico e professore di storia romana Paolo Baldacci, con il quale si occupò soprattutto di arte metafisica e futurista, a un certo punto ci racconta uno dei loro artisti che ben li ha conosciuti era stato ricavato per Daverio anche un angolo per sporcarsi le mani a imparare l’arte dei corniciai. Perché la cornice è importante tanto quanto quello che sta dentro il quadro, nella profondità ricavata dalla prospettiva e dagli strati di pittura, e quello che ne sta fuori: tutto un mondo di cultura in senso ampio, in cui con gioiosa giocosità Daverio si butta a imparare divertendosi a trascinare noi in un PassepARTout che da conversazione arguta diventa lezione e ora anche libro. «Quello che mi interessa dice Sebastiano, il figlio che nel Professore delle lezioni ha trovato praticamente tutto del Padre è che l’eredità di Philippe non diventi qualcosa di immobile. C’è un patrimonio molto vasto di libri, immagini, registrazioni, lezioni e materiali d’archivio e credo che il modo migliore per conservarlo sia continuare a farlo vivere e circolare. Anche Le origini dell’eleganza nasce, in fondo, da questa idea: non limitarsi a conservare un archivio, ma permettere a quei pensieri di incontrare persone nuove». Si passa dalla cucina lo zafferano che migra da pigmento di un quadro all’ingrediente del risotto inventato, si dice, nei cantieri del Duomo alla politica, dove la classe è riflesso di una struttura militare, prima di tradursi in un modello. La linguistica porta a interpretare anche culturalmente le diverse declinazioni di bellezza, per arrivare, appunto, all’eleganza nel cui concetto Daverio mette in luce, lavorando di etimologia, soprattutto l’aspetto della necessità della scelta. Una sottolineatura che si comprende anche se si pensa al sottotitolo del volume: un viaggio nella storia dell’arte per capire noi stessi, forse per capire quanto vogliamo e sappiamo specchiarci nel passato e quanto stare alla finestra dell’avvenire. Una sottolineatura ancora più necessaria nel nostro instabile presente, caratterizzato da un flusso continuo di sollecitazioni che ci obbliga ad affinare l’arte della selezione. Che è anche un’arte di autentico esercizio di libertà: diavolo di un Daverio, che elogia la cultura del contagio del Cardinal Martini.

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