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Letteratura

L’alternativa radicale del “Francesco” di Testori

Questo scritto è una delle opere chiave dell’autore di Novate. Combatte contro la miseria del pensiero astratto e si rivolge ai disperati

In 500mila ad Assisi per il Poverello. Il Santo più amato che scavalca la fede

Dopo l’uscita di alcuni testi minori, ecco comparire in libreria, in veste decisamente più umile, uno scritto che di minore, viceversa, non ha niente, e che a buon diritto si può annoverare tra le opere fondamentali di Giovanni Testori: quasi una specie di (splendido) autoritratto spirituale. Il titolo: San Francesco, il barbaro di Dio (Il Saggiatore, pagg. 110, euro 14). Il libretto, introdotto da Giuseppe Frangi, che di Testori gestisce la complessa eredità, è corredato, oltre che da testi dalle Fontes Franciscanae, da un bel saggio di fra’ Marco Marino. Scritto nel 1981, in occasione di un convegno romano per l’ottocentenario della nascita, questo saggio ha percorso in silenzio i quarantacinque anni che dividono i drammi di quel tempo e quelli di oggi, così diversi e così simili - tanto che l’allarme gettato da questo straordinario scritto risulta, per molti aspetti, più urgente e definitivo oggi di allora. Quasi che il testo avesse realizzato, negli anni, una sua crescita (in densità, in urgenza e forse anche in bellezza) parallela alla crescita da un lato del pericolo che indica e, dall’altro, alla grandezza di cui si fa custode.

Francesco entra relativamente tardi nell’ordine di pensieri del grande scrittore novatese. A tenere lontani i due è quello che diventerà l’argomento d’apertura del libretto: l’iconografia francescana. Forse trattenuto, negli anni precedenti, da queste fastidiose immagini, Giovanni evita una conoscenza che, viceversa, avverrà, poi, nella forma di uno schianto.

Ma veniamo al 1981. Anno cruciale per la società italiana, che al tramonto degli anni plumbei riprende il faticoso cammino verso la sua modernizzazione. Capitolata l’indissolubilità del matrimonio civile nel 1974 (all’alba di quegli stessi anni), arriviamo nel 1981 al referendum sull’aborto. Senza prender parte alla bega politica, Testori riflette sul significato di quella battaglia, sul suo retroscena, e giunge a scrivere Factum est, monologo di un bambino che mai nascerà, dove - in direzione ostinata e contraria, e non certamente da destra - legge in questa vicenda la metamorfosi di una società che, rescindendo la sua radice creaturale, rinnegando la sua originale dipendenza dal Dio fatto carne, cade in preda a una vuota idea di libertà e si edifica su un principio totalmente astratto. Ed è questo tema della lotta all’astrazione una costante del Testori di quegli anni, fin quasi alle soglie della sua stessa morte.

Questo splendido saggio (che è anche un infuocato monologo) si sviluppa secondo un andamento che ricorda il metodo che Roberto Longhi suggeriva ai suoi allievi - tra cui lo stesso Testori - per l’identificazione di un’opera d’arte: coprire il quadro e poi a poco a poco scoprirlo leggendo gli indizi che via via si presentano allo sguardo.

Qui l’opera è Francesco stesso, che a sua volta incarna l’Opera di Dio, che è il suo stesso Figlio fatto uomo. Il testo non si presenta come un saggio teorico, come un «discorso su», come un trattato, non cerca tesi da dimostrare, né particolari chiavi di lettura critiche. Si immerge piuttosto, con una sconcertante capacità di immedesimazione, nel mistero di Francesco a partire da un fastidio fisico (le immaginette di Francesco) e poi, scena dopo scena, con l’aiuto delle Fontes e soltanto di quelle, si viene riscattando, ossia scoprendo l’entità del personaggio, da cui un cristianesimo «collocato» entro i limiti della decenza civile aveva tenuto le distanze creandone un avatar accettabile, qualcosa che nessuno sia tenuto ad imitare per davvero. Viceversa, pagina dopo pagina questo scritto ci piazza davanti agli occhi qualcosa che non si può evitare, l’alternativa radicale, l’inesorabilità di Francesco, che è ben più del suo influsso sulla cultura dell’Occidente. Perché al Mistero fatto carne, ossia fatto padri e madri e figli e figlie, fatto di giorni e fatiche e dolori e perdite e gioie e miserie - bene, a questo Mistero di carne e sangue la sola alternativa è una vita finta, artificiale, una finta libertà totale (fare quel che ci pare) che è totale asservimento.

Francesco non si evita perché non si evita Gesù Cristo, non si evita la domanda che Cristo rivolge a tutti noi: che vale guadagnare il mondo se poi perdiamo noi stessi? Testori non dice che si salvano solo i cristiani: sono certo che, parlando di Francesco, Giovanni pensasse a tutti i suoi amati disperati, come Francis Bacon e tanti altri che senza dirsi credenti accolsero, nella contraddizione e nel fallimento (perché l’arte è anche fallimento), quello stesso Mistero contro l’astrazione dei «discorsi».

Oggi quei «discorsi» (vuoti, circolari, ciarlieri, non-dialoganti, sordi) dominano il mondo, inclusi i politici e gli intellettuali. Le teorie più astruse, i teoremi, le fake news, la libertà lasciata in pasto all’AI sono diventati una lurida necessità, la scena teatrale nella quale siamo tutti invitati a recitare per non perdere i nostri preziosi like, e che produce morte, distruzione e miseria. Quella distruzione e quella miseria che, tuttavia, il francescano card. Pizzaballa vede oggi come il luogo privilegiato in cui Gesù Cristo può continuare ad affermare la propria inesorabile necessità.

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