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Letteratura

Jean Echenoz, un b-movie “girato” in forma di romanzo di serie A

In “Bristol” lo scrittore francese racconta le disavventure di un regista disilluso che deve fare un film in Africa. La cosa importante non è la storia, ma come è narrata

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I retroscena dei nostri sguardi, quello che c’è dietro, le leggi arcane della loro composizione, il backstage delle nostre rappresentazioni quotidiane, insomma le cose nascoste fin dalla fondazione del mondo sono da sempre un carattere fondamentale del nous francese e così della sua letteratura. C’è sempre un caro estinto (ce lo ricorda Marcel Proust) prigioniero del pentolino del brodo o del pomello del letto, che aspetta di essere riconosciuto e liberato nel bel mezzo delle nostre giornate deludenti

Se una fortunata serie parigina, ora diventata anche film - Dix pour cent, da noi Call My Agent (Netflix) - celebra il variopinto mondo che non vediamo dentro i film, c’è chi compie passi più spregiudicati, e interessanti.

Uno di questi casi è l’esilarante romanzo intitolato Bristol dello scrittore francese Jean Echenoz (Adelphi, pagg. 160, euro 18; trad. Giorgio Pinotti), di cui da noi sono già stati pubblicati, sempre da Adelphi, altri titoli, come Inviata speciale (2018), Correre (2014) o Ravel (2012).

La storia raccontata nel libro conta assai meno del modo singolare di raccontarla. Un regista di b-movies di scarso successo, Robert Bristol, è alle prese con la realizzazione di una nuova opera, L’oro insanguinato, che prevede alcune scene girate nell’Africa australe. Ma il budget è scarso e il talento del cast ancora più scarso, così Bristol dovrà gestire il suo complicato, bizzarro fallimento tra ex amanti che ritornano, attrici trascurate e un po’ rancorose, miliziani cinefili, elefanti dotti, grasse e ingioiellatissime scrittrici di bestseller molto pop. Ma ci basta il primo capoverso per renderci conto che la forza di Bristol sta altrove.

«Bristol è appena uscito dal suo palazzo quando il corpo di un uomo nudo piomba dall’alto sfracellandosi a otto metri da lui. Senza prestarvi attenzione, Bristol si dirige spedito verso la Senna. È autunno, di primo mattino, molto presto per lui, troppo fresco per la stagione, le nove e dieci e sei gradi Celsius».

Dopo di che, il lettore si domanda se sia più assurdo Bristol che ignora l’uomo caduto e sfracellato accanto a lui oppure il fatto che le nove e dieci vengano chiamate «primo mattino». Questo è il clima vero del libro, la sua autenticità. Una scommessa sul linguaggio.

In altre parole, il vero romanzo sta nel suo modo di essere raccontato, come un film fatto di parole che riproducono l’occhio della macchina da presa, e del tutto irrelati rispetto a quella realtà esteriore che chiamiamo «vita reale». Se tutta la storia si impernia sulla «vita reale» di un modesto cineasta, c’è sempre una macchina da presa che la immortala, escludendola totalmente dalla realtà a cui agogna per trasformarla a sua volta in cinema, un’arte fondata - almeno qui - non sulla metafora (dire una cosa per dirne anche un’altra) ma sulla metonimia e annessi (il contenente per il contenuto, la parte per il tutto).

A rigore, possiamo dire che Bristol è uno dei pochi romanzi che non si possono trasformare in film, perché esso è già un film, e funziona perfettamente così. Ma la parola non figura come ancella delle immagini che il lettore non vede (questo succede nei romanzi «normali», in cui il lettore immagina le scene che legge), ma al contrario rientra nella sua funzione più pura, di parola-parola, illuminando quelle immagini con la propria luce, una luce che è in grado di creare quella distanza ironica e comica tra chi guarda e la cosa guardata, che il cinema ottiene con molta più difficoltà.

Negli anni Cinquanta del ’900, in Francia, sorse un movimento letterario detto Nouveau Roman («Nuovo Romanzo») o anche École du Regard («Scuola dello Sguardo»), i cui esponenti più rigorosi, come Alain Robbe-Grillet (1922-2008), cercarono di costruire una narrativa che prescindesse completamente dall’elemento soggettivo, e quindi dallo sguardo umano: una scrittura imparziale, sul modello della fotografia, che coglie semplicemente quello che c’è e non fa distinzione tra uomini, cani e finestre.

Ora, non che io voglia assimilare Echenoz a questa scuola. Le sue opere tuttavia, come quelle di altri scrittori francesi (per esempio Pierre Michon), trattengono qualcosa di quei tentativi, nei quali vive - per fortuna - la necessità, tutta francese ma anche molto umana, di portare la parole e la letteratura ad esplorare terreni sempre nuovi, a giocare in trasferta, a sfidare categorie nelle quali gli scrittori spesso si adagiano, dimenticando che la letteratura non è solo dire cose, riprodurre il mondo, ma anche sfidare continuamente il mondo e sé stessa.

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