Si racconta che l'austriaca Marlen Haushofer (1920 - 1970) scrivesse all'alba, seduta al tavolo della cucina, prima che il marito e i figli si svegliassero. È così che ha composto i suoi romanzi e racconti (tutti editi in Italia da e/o), ha vinto il Premio Schnitzler nel 1963, è stata dimenticata. Fino a che nel 1983, tredici anni dopo la morte, un suo libro uscito vent'anni prima è stato ristampato e è diventato un piccolo classico: La parete (e/o, pagg. 250, euro 18). Alla protagonista accade un po' come all'autrice, o almeno a come ce la
immaginiamo: osserva la realtà con tutte le sue brutture e le sue ingiustizie, si accorge perfettamente delle mancanze altrui e delle proprie, ma pure della propria diversità, eppure continua a osservare, a vivere, a lavorare, a faticare. Senza proclami, senza gridare, senza enfatizzare. La protagonista della Parete, infatti, mentre è in vacanza in montagna si ritrova isolata dal resto del mondo, a causa appunto di un muro invisibile sorto all'improvviso. A quel punto deve arrangiarsi, come una Robinson Crusoe
del XX secolo: con lei c'è il cane Lince, e poi arriveranno una mucca, una gatta, un vitello. Deve cacciare, coltivare le patate, tagliare il fieno.
Deve curarsi un ascesso. Scopre che, di là dalla parete, il resto del mondo è morto, immobile, inesistente. E che lei, immersa nella sua solitudine, non ha nulla ma gode di un lusso impagabile: potersi ormai dire la verità, senza retorica.
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