Questa mattina a Pavana (Pistoia), circondato dall’affetto della moglie Raffaella, della figlia Teresa e dei familiari si è spento, a 86 anni Francesco Guccini. Lo rende noto la famiglia sottolineando che “nel rispetto delle sue volontà, le esequie si svolgeranno nei prossimi giorni e in forma strettamente privata”.
La famiglia, «nel chiedere che questo momento di dolore possa essere vissuto nella più stretta intimità, ringrazia tutti coloro che si uniranno al suo lutto con affetto, discrezione e rispetto. Per permettere, a chi lo ha amato, di ricordarlo e di salutarlo, verrà organizzata una cerimonia commemorativa nel mese di settembre.
Cantautore, scrittore, attore e persino docente universitario. Francesco Guccini, con le sue canzoni, ha segnato la storia della musica italiana per un’intera generazione.
L’infanzia di Guccini
Guccini nasce a Modena il 14 giugno del 1940, quattro giorni dopo l’entrata dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale. Suo padre, che aveva già partecipato alla campagna d’Africa nel 1935, viene richiamato alle armi e, una volta catturato dai tedeschi, finisce in un campo di concentramento. “Con lui c’erano Giovanni Guareschi e Gianrico Tedeschi, l’attore. Rifiutarono di combattere per i nazisti; ma della prigionia mio padre non parlava mai. Tornò nell’agosto del 1945”, racconterà il cantante nel corso di un’intervista al Corriere della Sera. “Fu una guerra civile, ne accaddero di tutti i colori. Intendiamoci: io ho sempre tifato per i partigiani, preferivo i libri di Bocca a quelli di Pansa; però ho sempre approfondito anche le testimonianze dell’altro fronte, ho letto i libri di Pisanò”, dirà ancora parlando della Seconda Guerra Mondiale.
Gli esordi del cantante modenese
Negli anni ’50 Guccini frequenta l’Istituto magistrale di Modena, ma già nel 1957 scrive le prime canzoni. Dopo aver visto insieme agli amici un film che parlava di rock’n’roll, decide di fondare il gruppo I gatti con si esibiva all’osteria delle Dame, a Bologna. “Victor Sogliani, il futuro fondatore dell’Equipe 84, scelse il sax, che non aveva mai suonato in vita sua. Un altro affittò un contrabbasso. Pier (Farri che in seguito diverrà il suo produttore ndr) che era il più dovizioso di denaro, volle la batteria. Io comprai una chitarra con le 5 mila lire che mi passò mia nonna Amabilia”, racconterà il cantautore modenese. La musica era una passione, ma il sogno di Guccini era diventare giornalista e scrivere per la “mitica Gazzetta di Modena” per la quale collabora tra il 1959 e il 1960, intervistando persino il grande Domenico Modugno. “Me ne vergogno ancora adesso. Ero giovane e saputello: lo attaccai; feci, come dicono a Bologna, lo sborone. Non pensavo affatto che la musica potesse essere il mio mestiere. Me ne andai perché mi pagavano poco: 20 mila lire al mese, lavorando tutti i giorni. Guadagnavo di più sotto le armi”, dirà.
Il successo da cantautore
Nel 1962 Guccini si trasferisce a Bologna e si iscrive all’Università Facoltà di Magistero con indirizzo in Materie Letterarie, rinunciando così ad entrare a far parte dell’Equipe 84. “Ho anche dato tutti gli esami all’università, ma non mi sono mai laureato, preferendo suonare e gozzovigliare”, dirà il cantautore modenese che, però, dal 1965 e per i successivi 20 anni insegnerà lingua italiana all’Università americana Dickinson College di Bologna. A partire dall’anno successivo, però, spicca il volo come autore per i gruppi più in voga all’epoca: “Allora le canzoni mi limitavo a scriverle. Prima le prendevano quelli dell’Equipe 84, poi i Nomadi presero Noi non ci saremo. Quando proposi Dio è morto quelli dell’Equipe non ebbero coraggio, poi quando scrissi Un altro giornoè andato dissero che ero finito. Invece i Nomadi accettarono Dio è morto, e grazie a loro ebbi un contratto come autore, poi Dodo Veroli, che produceva i Nomadi, mi chiese di provare a cantarle in prima persona e così feci il primo disco, era il 1967”.
Per l’Equipe 84 scrive Auschwitz che gli fu ispirata “da un paio di libri, uno fotografico, Il flagello della svastica, l’altro era E tu passerai per il camino”. Questa canzone, intitolata per l’occasione Auschwitz (La canzone del bambino nel vento), diventa il pezzo forte del suo primo album Folk Beat n°1, pubblicato a nome Francesco e non Guccini. Sempre nel 1967 arriva il debutto televisivo, grazie a Caterina Caselli che lo scopre dopo una visita a Porretta Terme: “Qualcuno le disse che c’era un ragazzo che scriveva canzoni. Ascoltò “Per fare un uomo”, che poi ha cantato lei, e Auschwitz, che mi fece portare in tv”, ricorderà Guccini.
Guccini, tra amori e politica
Guccini è sempre stato schierato a sinistra, ma da socialista. “Non sono mai stato comunista. Tutti credono che lo sia; ma non è vero. Mi viene da dire, come a quei razzisti che sostengono di avere molti amici di colore, che ho molti amici comunisti. Ma lo stalinismo non poteva piacere a uno come me: libertario, azionista”, spiegherà il cantante dall’animo “anarcoide” che non si è mai considerato “un autore politico, anzi sono più intimista-esistenzialista, anche se uno che parla di sé stesso, con le opinioni che ha, cade in un vizio politico”. Anche la barba di Guccini non è un segno di ribellione politica, ma nasce da una delusione d’amore che ebbe verso i 30 anni. “Lasciai in Italia Roberta, la ragazza che sarebbe diventata la mia prima moglie, e fuggii in America con una mia allieva del Dickinson College di Bologna, Eloise”, racconterà. Nel 1970 escono altri due importanti album di Guccini: Due annidopo e L’isola non trovata, ma nel 1972 dopo stupisce la critica con Radici dove spicca il brano Locomotiva con cui ha spesso chiuso ogni suo concerto e che ha scritto avendo preso spunto dal libro Trent’anni di officina di Romolo Bianconi. Era “una suggestione letteraria, non politica”, spiegherà.
Gli anni ’70 e ’80: L’avvelenata e l’attività da romanziere
Sempre negli anni ’70 pubblica Opera buffaStanze di vita quotidiana e Via Paolo Fabbri 43 (1976) con cui ottiene un grande successo grazie a L’avvelenata. “All’epoca contestavano i cantautori. Io ebbi solo un breve episodio a Verona, in un teatrino, e mi arrabbiai. Un po’ fu questo, un po’ fu la critica malevola di Bertoncelli all’album Stanze di vita quotidiana: argomentò che io non avevo più niente da dire, ma sfornavo dischi per contratto”, spiegherà Guccini che, in realtà ha sempre detestato L’avvelenata. “Una canzoncina. Non capisco perché abbia avuto tutto questo successo, mentre una canzone come Odysseus, che è ottocento volte meglio, ne ha avuto molto meno”, dirà. Da quel momento promuoverà i suoi concerti sempre con la copertina di Via Paolo Fabbri 43 (1976), l’indirizzo della sua abitazione bolognese. Nel 1978 è la volta dell’album Amerigo che contiene la famosissima Eskimo e, sempre nello stesso anno, diventa padre di Teresa, la sua unica figlia avuta dalla relazione con la nuova compagna Angela con cui era andato a convivere dopo aver divorziato dal suo primo amore, Roberta Baccilieri.
Nel 1979 esce Album Concerto, il primo disco a cui partecipa Renzo Fantini, che diventerà il produttore storico del cantante emiliano. Gli anni ’80 sono contrassegnati dalla pubblicazione di Metropolis (1981), Guccini (1983), ma soprattutto dall’uscita del live Fra la via Emilia e il West, registrazione del concerto tenutosi in Piazza Maggiore a Bologna nel 1984. Altri importanti dischi degli anni ’80 sono Signora Bovary dove troviamo il brano Scirocco con cui vince la Targa Tenco e Quasi come Dumas, una raccolta dei suoi pezzi più famosi. Nel 1989 esordisce come scrittore con il romanzo Cròniche epafàniche. Guccini è conosciuto anche per essere, da buon emiliano, un grande amante del vino. “Non è che beva molto. Due o tre bicchieri, durante il concerto. Serve ad aiutare la voce”, era solito dire il cantante che si è sempre rifiutato di partecipare al Festival. “Il genere di canzoni che faccio io non si presta per Sanremo. Direi che è un fatto reciproco: io non voglio Sanremo e Sanremo non vuole me”, ha spiegato una volta nel corso di un’intervista rilasciata ad Enzo Biagi.
Gli ultimi anni di vita di Francesco Guccini
Nel 1990 vince la Targa Tenco come miglior canzone dell’anno con il brano Canzone delle domande consuete, presente nel suo dodicesimo album, Quello che non… Tre anni dopo è la volta di Parnassius Guccinii che prende il nome dalla farfalla Parnassius mnemosyne, scoperta nel ‘92 dall’entomologo Giovanni Sala sull’Appennino tosco-emiliano che la dedicò al cantautore emiliano. Il disco è un successo e vince la Targa Tenco come miglior album, grazie anche a brani come Canzone per Silvia, dedicata a Silvia Baraldini, l’estremista di sinistra condannata negli Stati Uniti per “associazione sovversiva”. Gli ultimi album registrati da Guccini in studio sono: D’amore di morte e di altre sciocchezze (1996), Stagioni (2000), Ritratti (2004) e L’ultima Thule (2012).
Dagli anni ’90 cresce l’attività letteraria e nel 1993 Guccini pubblica Vacca d’un cane, il suo secondo libro, mentre insieme a Loriano Macchiavelli pubblicherà ben 8 romanzi, a partire dal 1997. Tra questi c’è Tango e gli altri dove i due autori raccontano la storia di un partigiano comunista ucciso da altri partigiani comunisti. Nel 1998 recita nel film dell’amico Luciano Ligabue, Radiofreccia, mentre dall’inizio degli anni ‘2000 è presente in ben tre film di Leonardo Pieraccioni: Ti amo in tutte le lingue delmondo (2005), Una moglie bellissima (2007), Io e Marylin (2009). Nel 2011 si sposa in seconde nozze con Raffaella Zuccari a cui dedica la canzone Vorrei. L’anno successivo riceve la laurea ad honorem dall’American University of Rome. Lascia Bologna per trascorrere la vecchiaia sull’Appennino pistoiese e, in una delle sue ultime interviste, parlando della paura della morte dirà: “L’uomo è l’unico animale che sa di dover morire; ma da giovane è convinto di essere immortale. A ottant’anni però comincia ad avere qualche dubbio”.
