Si chiama Yimy, si pronuncia "Imi", anche se quasi nessuno ci riesce al primo tentativo, un nome che mette insieme le iniziali dei loro quattro figli. Potremmo definirlo in tanti modi, un brand, made in Italy, sicuramente artigianato di lusso. Ma prima di tutto è una storia. Che inizia a Londra, una decina di anni fa. É lì, davanti alla scuola, a quei caffè delle mamme che accomunano tutto il mondo, che si incontrano Chiara Bettinelli, architetto bergamasco e Giorgia Grosso, torinese. Da quel "facciamo qualcosa insieme?", "Dai se vuoi ti do una mano...", che si intrecciano i fili delle loro vite e Londra diventa il loro quartier generale. Chiara si occupa della parte creativa, Giorgia di quella commerciale. Prima i pop up, il passaparola, i pezzi portati dall'Italia che facevano impazzire le amiche inglesi.
Oggi Yimy ha un negozio a Notting Hill, e spesso fa il viaggio in senso inverso con vendite speciali anche in Italia. Mercoledì e giovedì ad esempio saranno a Forte dei Marmi ma subito dopo andranno a Antiparos. Lavorano con cinque piccoli laboratori italiani, tutti tra Bergano e Milano più uno al sud che si occupa dell'uncinetto. "Siamo come una grande famiglia - raccontano - fatta di artigiani incontrati con il passaparola, sartorie conosciute da anni". "Una delle sarte è la stessa di quando andavo andavo al liceo", spiega Chiara.
Non vogliono dettare tendenze, combattere crociate contro il fast fashion e non pretendono di spiegare al mondo come ci si debba vestire. Fanno semplicemente (ma non troppo...) un'altra cosa: abiti ben costruiti, con tessuti di qualità scelti e selezionati, filati esclusivamente puri e soprattutto una relazione quasi personale con chi entra in negozio. Il tutto rigorosamente made in Italy.
Il primo passo è stato il cashmere. La maglia a mezza manica lavorata a tre fili che ha fatto innamorare i britannici, i pantaloni palazzo, il cardigan Balloon, le camicie, la gonna Camilla, i tailleur, la giacca doppiopetto, gli abiti in filo di lamé. "Non abbiamo collezioni da archiviare ogni sei mesi, neppure saldi per liberare il magazzino. I modelli restano, si trasformano. Magari cambiano tessuto o colore. Si aggiunge molto e si elimina poco" spiegano. Capi anche personalizzati, spesso su misura che devono durare più di una stagione, incuranti del tempo. Anche quello metereologico. "Si può acquistare un cappotto ad agosto, scegliere tessuti di un colore particolare oppure cambiare il collo ad un abito, poi valutiamo insieme se la resa è la stessa".
I filati sono preziosi, Loro Piana Cariaggi, Cardiff. Sete e lini da Como, il filo d lamé da Biella.
Ma quello che è più prezioso ancora è la selezione.
La qualità per Chiara e Giorgia non ha prezzo. Ha un costo "ma - spiegano - meglio ridurre il margine che risparmiare su tessuti o realizzazione". Ovviamente stiamo parlando di slow fashion di lusso. Dove il lusso è eleganza senza tempo e si tocca con mano.
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